GARIBALDI

 

 

SECONDO PERIODO 1848 - 1859

 

VIAGGIO IN ITALIA

In sessantatre lasciammo le sponde del Plata per andare in Italia a combattere la guerra di liberazione. In tutta la penisola c’erano vari segnali di movimenti insurrezionali, ma in caso contrario eravamo ben decisi a provocarli noi, sbarcando sulle coste della Toscana o dovunque la nostra presenza fosse richiesta e necessaria.
Grazie ai nostri risparmi ed al generoso patriottismo di alcuni conterranei (tra cui G. Batta Capurro, Gianello, Della Zoppa, Massera, Giuseppe Avegno, e soprattutto Stefano Antonini) potemmo noleggiare il brigantino Speranza: andavamo a soddisfare il desiderio di tutta una vita: quelle armi degnamente impugnate per difendere gli oppressi di altri paesi, volavamo ad offrirle alla nostra vecchia patria! Quell’idea era il più grande compenso per i pericoli, le difficoltà, le sofferenze, di un’intera vita di affanni. [...]
Si partì il 15 aprile 1848. Usciti dal porto di Montevideo con una buona brezza, anche se il tempo non era favorevole, verso sera eravamo tra la costa di Maldonado e l’isola di Lobos; la mattina dopo si vedeva appena la sommità della Sierra de las animas e poi scomparve: alla nostra vista si offrivano solo gli spazi dell’Atlantico, e davanti la più bella e sublime delle aspirazioni: la liberazione della patria.
Sessantatre, tutti giovani, tutti pronti a combattere, tranne due: con la salute assai compromessa per via delle tante lotte, Anzani era molto debilitato, e Sacchi, gravemente ferito al ginocchio, aveva una gamba che faceva spavento; la forza d’animo e le cure fraterne riuscirono a portarlo in Italia non sano, ma almeno salvo, mentre per Anzani in patria lo attendeva solo la sepoltura, accanto ai suoi familiari.
Il nostro viaggio fu ottimo e breve, e l’ozio della navigazione fu utilizzato proficuamente: i più colti insegnavano agli altri e si facevano molti esercizi di ginnastica; un inno patriottico composto dal nostro Coccelli era la preghiera di ogni sera: intonato da Coccelli, era poi ripetuto da tutti, e con grande entusiasmo lo cantavamo in coro sulla tolda della Speranza.
Attraversammo l’Oceano senza notizie certe sull’Italia, sapendo soltanto delle riforme promesse da Pio IX. L’approdo era stato fissato in Toscana, indipendentemente da quale fosse stata la sua situazione politica, e quindi non sapevamo se avremmo incontrato amici o combattuto nemici. Una tappa a Santa Pola, in Spagna, modificò le nostre intenzioni e fissammo come meta Nizza. La malattia di Anzani peggiorava ed i pochi viveri andavano esaurendosi: bisognava approdare e fare provviste, e quando giungemmo a Santa Pola il capitano Gazzolo, comandante della Speranza, scese a terra; tornato a bordo ci diede delle notizie che avrebbero fatto impazzire anche uomini meno entusiasti di noi: Palermo, Milano, Venezia, e le cento città sorelle erano in rivolta, l’esercito piemontese stava mettendo in fuga quello austriaco, tutta l’Italia rispondeva come un sol uomo all’appello e mandava i suoi figli alla guerra santa. Lascio immaginare l’effetto che produssero su di noi queste notizie: correvamo sulla tolda abbracciandoci l’un l’altro, fantasticando e piangendo di gioia! Anzani balzava in piedi malgrado le sue pessime condizioni, Sacchi voleva a tutti i costi scendere dal letto ed essere portato su in coperta.
"Alla vela, alla vela!", era il grido di tutti, e non c’è dubbio che se non si fosse partiti subito ci sarebbero stati dei disordini. In un lampo l’ancora fu salpata ed il brigantino spiegò le vele: il vento sembrava corrispondere alla nostra impazienza e in pochi giorni costeggiammo la Spagna e la Francia, arrivando alla vista dell’Italia, della terra promessa! Non eravamo più banditi, non eravamo più obbligati a combattere per entrare in patria, e così scegliemmo il primo porto italiano, Nizza, dove sbarcammo il 23 giugno 1848.
Nei momenti più difficili della mia vita tempestosa avevo sempre sperato in giorni migliori e lì a Nizza provavo una felicità enorme, che nessuno avrebbe potuto desiderare più grande: davvero troppa felicità, ed ebbi allora quasi il presentimento di sciagure non lontane. Anita ed i bambini, partiti alcuni mesi prima, erano già lì, insieme a mia madre, che amavo teneramente e che non vedevo da quattordici anni; riabbracciavo cari parenti e amici preziosi, felici di vedermi, tanto più in quei giorni fortunati. [...]
Ormeggiato il brigantino e fatti sbarcare Anzani e Sacchi, scese a terra tutta la nostra gente, ansiosa di camminare su terra italiana. Corsi ad abbracciare i miei figli e colei che avevo così tanto afflitto con la mia vita avventurosa. Povera mamma! Il mio più ardente desiderio era certo quello di rendere sereni i tuoi ultimi giorni, e il tuo, naturalmente, di vedermi tranquillo accanto a te: ma come si può sperare in un periodo di quiete, in cui consolarti nella triste e sofferta vecchiaia, in questa terra di preti e di ladri!
I pochi giorni passati a Nizza furono una festa continua, ma sul Mincio si combatteva e quell’ozio era per noi un delitto, mentre i nostri fratelli si battevano contro lo straniero: così partimmo per Genova, dove ci attendeva un’altra calorosa accoglienza. Per accelerare il nostro arrivo, da là ci avevano mandato un vapore, che però ci cercò inutilmente sulle coste della Liguria, perché le correnti e i venti contrari ci avevano spinti verso la Corsica. Alla fine arrivammo, e con noi alcuni giovani nizzardi che avevano voluto accompagnarci con l’entusiasmo tipico della loro età e con la fiamma vitale che allora ardeva in tutti gli italiani coraggiosi. Il popolo di Genova ci accolse pieno di gioia e di affetto, le autorità con la freddezza di chi non ha la coscienza a posto: le loro smorfie e perdite di tempo erano il preludio del comportamento che avremmo tanto spesso trovato in coloro che vivevano di compromessi e parlavano di libertà più per paura del popolo che per intima convinzione.
Anzani, che avevo lasciato a casa di mia madre, impaziente e spinto dal suo genio di fuoco, si era imbarcato sul vapore e ci aveva preceduti a Genova, ad onta della spossatezza a cui lo aveva ridotto la sua malattia mortale.
Qui comincia l’ostracismo a cui mi condannarono gli amici di Mazzini (1848) e che continua ancora oggi (1872), più duro che mai: il pretesto fu certamente che io ed i miei compagni volevamo marciare subito verso il campo di battaglia, sul Mincio e nel Tirolo: e tutto perché a fronteggiare gli austriaci era un esercito regio. E si badi che quelli che allora tormentavano il povero Anzani affinché mi facesse cambiare idea, sono gli stessi che oggi formano il gruppo dei servi più fedeli della monarchia! Quando udii il mio amato fratello d’armi, compagno di tante battaglie, raccomandarmi di "non abbandonare la causa del popolo", confesso che rimasi profondamente amareggiato, forse più di quanto non lo sia oggi nel sentirmi chiedere di "dichiararmi apertamente repubblicano."
Nella casa dell’amico Gaetano Gallino, in pochi giorni quel grande italiano morì, e per lui l’Italia intera avrebbe dovuto vestirsi a lutto; se, per fortuna nostra, ci fosse stato lui alla guida del nostro esercito, da molto la penisola sarebbe libera da qualsiasi dominatore. Sicuramente non ho mai conosciuto uomo più corretto, onesto, ed esperto di cose militari, di Anzani. La salma dell’illustre soldato attraversò senza clamori la Liguria e la Lombardia per essere sepolta nella tomba dei suoi padri, ad Alzate, dov’era nato.

A MILANO

La nostra idea, quando lasciammo l’America, era di servire l’Italia e di combattere i suoi nemici, qualunque fosse l’orientamento politico di chi avrebbe guidato il paese verso la libertà. La maggioranza dei concittadini aveva la stessa opinione, ed io dovevo unire il mio piccolo contingente a chi combatteva la guerra santa: era Carlo Alberto il condottiero di chi lottava per l’Italia, ed io mi dirigevo a Roverbella, al quartier generale, per offrire senza rancore il mio braccio e quello dei miei compagni a colui che mi aveva condannato a morte nel ‘34.
Lo vidi e avvertii tutta la sua diffidenza; e deplorai che il destino della nostra povera patria fosse nelle indecisioni e nei dubbi di quell’uomo. Io avrei servito l’Italia del re come se fosse stata repubblicana, con lo stesso slancio, e avrei trascinato con me tutta la gioventù che si fidava di me.
Rendere l’Italia unita e libera dal mortale straniero, questo era il mio scopo, e credo che allora lo fosse della maggior parte delle persone. L’Italia non avrebbe trattato con ingratitudine chi la liberava.
Non solleverò la lapide di quel defunto per criticare il suo contegno: lascio che sia la storia a giudicare. Dirò soltanto che egli, chiamato dal suo ruolo, dalle circostanze e dall’insieme degli italiani, a guidare la liberazione, non meritò la fiducia riposta in lui: non solo non seppe servirsi dei grandi mezzi di cui disponeva, ma fu la principale causa del loro disastro.
Da Genova marciavamo verso Milano, consapevoli dell’opinione generalmente diffusa, e quindi senz’altro accreditata dai nemici, che cioè l’azione dei corpi volontari fosse inutile e dannosa: andavo da Genova a Roverbella, da lì a Torino, e quindi a Milano, senza poter ottenere di servire il mio paese, senza alcun incarico. Casati, capo del governo provvisorio di Milano, fu l’unico che ritenne di avvalersi di noi, e ci aggregò all’esercito lombardo: così, stabilendomi a Milano, terminai i miei vagabondaggi. Il governo provvisorio m’incaricò di organizzare i vari corpi, associandovi anche i miei compagni d’America, e le cose non sarebbero andate male senza l’ingerenza malefica di un ministro regio, Sobrero, le cui sordide manovre mi disgustano ancora. [...]
La febbre da cui ero stato colpito nel viaggio a Roverbella e gli incontri con Sobrero, che fra le varie antipatie aveva quella per la camicia rossa, sostenendo che era un ottimo bersaglio per i nemici, mi resero insopportabile il soggiorno nella bella e patriottica città delle cinque giornate, e respirai di sollievo il giorno in cui lasciai la capitale della Lombardia diretto a Bergamo con un pugno di uomini senza mezzi e male armati: ancora una volta avevo un compito organizzativo, incarico assai poco indicato per il mio carattere e le mie scarse cognizioni di teoria militare. È da notare che i miei uomini erano per la maggior parte riserve o scarti dei corpi volontari che operavano nel Tirolo, impigriti dal lungo soggiorno nella capitale. La permanenza a Bergamo fu brevissima: stavamo approntando le prime misure di difesa e cercavamo con tutti i mezzi di arruolare uomini, inviando i reclutatori nelle valli e fra le montagne per aggregarne i robusti abitanti, e ciò soprattutto tramite gli insostituibili Davide e Camuzzi, che avevano un grande ascendente ma le cui fatiche furono annullate dall’improvvisa partenza; un ordine perentorio, infatti, ci richiamò a Milano per raggiungere il grosso dell’esercito in ritirata e prendere parte alla battaglia che ci sarebbe stata vicino alla città, a qualsiasi condizione: finalmente era venuto il momento di combattere e non c’era tempo da perdere. [...]
Lasciati a Tricate i bagagli e i sacchi per poter marciare più in fretta, vicino a Monza ci venne ordinato di operare sulla destra e stavamo preparandoci inviando esploratori a cavallo per conoscere posizioni e intendimenti del nemico: ma, arrivati in città, insieme a noi arrivò anche la notizia della capitolazione, dell’armistizio, e fiumi di fuggitivi non tardarono a intasare le strade. Armistizio, capitolazione, fuga: una dopo l’altra queste notizie ci colpirono come un fulmine, mentre paura e demoralizzazione si diffondevano tra la popolazione, fra i soldati, ovunque. Alcuni vigliacchi che purtroppo si trovavano coi miei abbandonarono i fucili sulla stessa piazza di Monza e scapparono in tutte le direzioni: i veri soldati, incolleriti e scandalizzati per quest’infamia, spianarono le armi per fucilarli, ma per fortuna io e gli ufficiali riuscimmo a prevenire la strage e ad evitare il caos; punimmo alcuni fuggitivi, gli altri furono degradati e cacciati. [...]
La situazione mi spinse ad abbandonare quel teatro di sciagure e a dirigermi verso Como, con l’intenzione di fermarmi lì ad aspettare gli eventi, deciso a portare avanti la guerriglia, se altro non si poteva fare. Durante il tragitto comparve Mazzini con la sua bandiera "Dio e popolo". Si unì a noi fino a Como e da lì passò in Svizzera, mentre io mi preparavo alla guerra per bande sui monti comaschi; molti suoi seguaci, o supposti tali, lo seguirono in terra straniera e ciò naturalmente spinse altri ancora ad abbandonarci, assottigliando ancor di più le nostre file. A Milano avevo commesso l’errore, che Mazzini non mi ha mai perdonato, di dirgli che non era una buona cosa trattenere tanti giovani con la promessa di proclamare la repubblica, mentre esercito e volontari combattevano contro gli austriaci.
A Como trovammo più ordine, ma non meno sgomento per quanto era successo a Milano e per la sconfitta militare.

[...]

NELLO STATO ROMANO ED ARRIVO A ROMA

La fine di Rossi fece capire ai governanti di Roma che non si potevano più calpestare impunemente i diritti e la volontà di una nazione: al governo furono chiamati personaggi meno impopolari e ci fu concesso di restare nel territorio pontificio; ciò non diminuì la diffidenza nei nostri confronti e, quantunque fossimo aggregati all’esercito romano, si provvedeva con ritardo ai nostri bisogni, soprattutto per quanto riguardava l’armamento ed i cappotti, quest’ultimi indispensabili con l’inverno alle porte.
A Ravenna erano arrivati quelli che venivano da Mantova, Masina si era unito a noi con la sua esigua ma bella cavalleria: eravamo circa quattrocento, non tutti armati, la maggior parte senza uniformi e malvestiti. Il municipio di Ravenna, dal quale eravamo mantenuti, mi lasciò capire che sarebbe stato meglio suddividere tale onere anche fra altre città, cambiando periodicamente sede di permanenza, e così facemmo, lasciando dopo venti giorni quella gente simpatica e generosa. [...]
Ho constatato come i ravennati siano di poche parole, ma molto concreti, e quindi penso che sia vero un episodio che mi hanno detto essere accaduto nella loro città: un pomeriggio tra la folla venne individuata una spia e qualcuno gli tirò una fucilata; il feritore non fuggì ma se ne andò tranquillamente, perché non ci sarebbe stato qualcun altro a fare da spia, cosicché il cadavere rimase un esempio per tutti. Dopo Ravenna soggiornammo in varie città romagnole, ben accolti dagli abitanti e mantenuti dai municipi; a Cesena lasciai i miei e mi diressi a Roma per incontrarmi col Ministro della Guerra, al fine di sistemare la nostra situazione: seppi allora della fuga del papa e col ministro Campello si stabilì che la Legione italiana (questo era il nome del corpo che comandai in America e in Italia) avrebbe fatto parte dell’esercito romano e sarebbe partita per Roma per finire di equipaggiarsi. Scrissi quindi al maggiore Marrocchetti, lasciato al comando del corpo, che procedesse e gli andai incontro: ci trovammo a Foligno, e ricevetti l’ordine di raggiungere Fermo e presidiare la zona, che peraltro nessuno minacciava. Era la prova che i nuovi governanti continuavano a non fidarsi di noi e a volerci tenere lontano da Roma. [...]
A nulla valsero le mie rimostranze sul fatto che non avevamo il vestiario indispensabile per attraversare gli Appennini coperti di neve e dovemmo per forza tornare indietro, ripassare il Colfiorito e andare a Fermo. Naturalmente capivo bene che l’intenzione del governo era di allontanarci dalla capitale, per evitare il contatto fra il nostro gruppo, ritenuto rivoluzionario, ed una popolazione ormai decisa a far valere i propri diritti: opinione confermata dall’ingiunzione del ministero di non far superare alla legione l’organico di 500.
A Roma dominava lo stesso orientamento che aveva retto prima Milano ed ora Firenze: l’Italia non aveva bisogno di soldati, ma di oratori e diplomatici, dei quali si poteva dire quanto diceva Alfieri degli aristocratici: "Or superbi, or umili, infami sempre." E di tali oratori il nostro paese non è mai stato carente. Il dispotismo aveva temporaneamente lasciato il posto ai chiacchieroni, per imbrogliare ed addormentare il popolo, con la certezza che tali pappagalli avrebbero aperto la strada alla tremenda reazione che si andava preparando in tutta la penisola.
Per la terza volta, dunque, attraversavamo l’Appennino, coi miei compagni ancora sprovvisti di un cappotto in quel rigido dicembre 1848, e tra le disgrazie che infierirono su di noi, e sul nostro povero paese, non furono tra le minori le calunnie del clero; il suo veleno, nascosto come quello di un rettile, si era diffuso tra la gente ignorante e ci aveva dipinto con i colori più terribili: secondo i negromanti eravamo persone capaci d’ogni specie di violenze, sulle proprietà e sulle persone, scapestrati senza ombra di disciplina, e perciò eravamo temuti come lupi o assassini. Quest’idea però si era sempre modificata alla vista dei nostri giovani, belli e gentili, quasi tutti istruiti e di città: è noto che nei corpi volontari che ho avuto l’onore di comandare in Italia l’elemento contadino è sempre mancato, a causa dei preti, ministri della menzogna, e che i miei soldati appartenevano quasi tutti a distinte famiglie delle diverse zone italiane. È vero che tra i miei uomini non mancarono mai anche alcuni mascalzoni, infiltratisi di nascosto o mandati apposta dalla polizia o dai preti per provocare disordini e delitti e screditarci, ma questi malfattori venivano smascherati dagli stessi volontari, preoccupati per l’onore della legione.
Nel passaggio dalla Romagna all’Umbria i maceratesi, preoccupati per il nostro arrivo, ci avevano avvertito che avrebbero chiuso le porte della città, ma al ritorno, cioè durante la marcia verso Fermo, informati meglio e pentiti della loro ingiusta decisione, mi avvisarono che desideravano la nostra presenza per dimostrarci come la volta precedente erano stati ingannati. La traversata degli Appennini fu durissima e tutti soffrirono molto, ma l’accoglienza ricevuta a Macerata fu una festa che ci risarcì di tutte le pene sofferte: grazie alla buona volontà della gente e agli aiuti delle autorità si riuscì quasi del tutto a fornire gli uomini di vestiario. [...]
In quei giorni si procedette anche all’elezione dei deputati alla Costituente ed i nostri soldati furono chiamati al voto. I deputati alla Costituente! Fu uno spettacolo straordinario quello dei figli di Roma chiamati nuovamente ai Comizi dopo secoli di schiavitù e di afflizione, sotto il giogo odioso dell’impero e sotto quello, ancora più infame, della teocrazia papale! Senza tumulti, senza altra passione che quella per la libertà della patria redenta! Senza venalità, senza prefetti o sbirri che limitassero il libero voto, si svolse la sacra funzione del plebiscito, e non vi fu un solo caso di voto comprato, di un cittadino che si prostituisse ai potenti. [...]
Abbi speranza, Italia! E nel periodo di sofferenze in cui ti hanno vigliaccamente tenuta e ancora ti tengono i prepotenti stranieri ed i ladri nazionali, non perderti d’animo: non è tutta morta la bella gioventù che ti onorava sulle barricate di Brescia, Milano, Casale, sul ponte del Mincio, sui baluardi di Venezia, di Bologna, di Ancona, di Palermo, per le strade di Napoli, Messina, Livorno, là sul Gianicolo e nel Foro della vecchia capitale del mondo! Quella gioventù è sparsa in tutto il mondo, da un emisfero all’altro, ma col cuore vibrante di un amore che non ha eguali, per te e per quella tua rinascita che i freddi speculatori e i mercanti del tuo sangue non capiscono e non capiranno mai fino al giorno in cui verranno spazzate via le porcherie che ti hanno disonorata! Non perderti d’animo. Quella gioventù oggi bruciata dal sole di tante battaglie ricomparirà nell’avanguardia delle nuove generazioni cresciute nell’odio e nelle fucilate da parte dei preti e dello straniero, rinvigorite dal ricordo di tanti oltraggi e dal desiderio di vendetta per le troppe sofferenze subite nel carcere e nell’esilio. [...]
Nessuno può sapere quanto durerà la degradazione in cui sei sprofondata, Italia! Ma tutti sanno che non è lontana l’ora solenne del tuo risorgimento!

PROCLAMAZIONE DELLA REPUBBLICA E MARCIA SU ROMA

Restammo a Macerata sino alla fine di gennaio, poi partimmo per Rieti con l’ordine di difendere la città: la legione si mise in cammino per il Colfiorito ed io per Ascoli e la Valle del Tronto, con tre compagni, per costeggiare ed osservare la frontiera napoletana. Attraversammo gli Appennini sulle alture scoscese della Sibilla: infuriava la neve e fui assalito dai dolori reumatici, che mi rovinarono tutto quel bel viaggio. Incontrai le forti popolazioni della montagna e dovunque fummo accolti calorosamente, festeggiati e scortati con entusiasmo: i dirupi echeggiavano degli evviva alla libertà italiana, ma da lì a pochi giorni quell’energico popolo, corrotto e istigato dai preti, si sarebbe sollevato contro la Repubblica romana con le armi fornite dai neri traditori.
Arrivai a Rieti, dove completammo la fornitura di vestiario per i soldati, mentre fu impossibile ottenere i fucili necessari per ultimare l’armamento: dato che era inutile insistere con questa richiesta decisi di far fabbricare delle lance da fornire ai disarmati. [...] Il numero degli uomini aumentava e ci si organizzava alla meglio, ma il governo di Roma non voleva, e come ci avevano intimato di non superare i 500 ora ci proibiva di oltrepassare i 1.000: così, avendone già di più, fui costretto a ridurre la già misera paga, compresa quella degli ufficiali, in modo da poter pagare tutti, ma non si levò una sola protesta tra i miei prodi fratelli d’armi. Si approfittò della sosta a Rieti per provvedere all’addestramento dei legionari e si presero alcune misure di difesa lungo la frontiera, per contrastare le manovre del Borbone, già dichiaratosi apertamente contro la libertà italiana.
Eletto deputato dai maceratesi, fui chiamato a Roma per far parte dell’Assemblea Costituente e l’8 febbraio 1849, alle undici di sera, ebbi la fortuna di essere fra coloro che per primi proclamarono quasi all’unanimità quella Repubblica di gloriosa memoria, e che presto sarebbe stata schiacciata dal gesuitismo collegato come sempre all’aristocrazia europea. Colpito da un forte attacco reumatico fui trasportato a spalla dal mio aiutante Bueno nelle sale dell’assemblea romana. [...]
Assistevo alla rinascita del gigante delle repubbliche! Nel teatro delle maggiori grandezze del mondo, nell’Urbe! Che speranze, che avvenire! Non erano sogni, dunque, quella massa di idee e di profezie che avevo coltivato nella mente fin dall’infanzia, e a diciotto anni quando per la prima volta vagai fra le rovine dei superbi monumenti della Città eterna; quelle speranze di rinascita della patria che mi accompagnarono nelle foreste americane e negli oceani in tempesta, che mi guidarono nel compiere il mio dovere verso i popoli oppressi e sofferenti!
Liberamente, nella stessa aula in cui si riunivano i vecchi tribuni della Roma dei Grandi, eravamo riuniti noi, forse non indegni dei nostri antichi padri se guidati da quella stessa ispirazione che li animò in modo straordinario! E la fatidica parola "Repubblica" risuonava nell’angusta aula come il giorno in cui i re ne vennero cacciati per sempre! [...]
Tornato a Rieti, verso la fine di marzo ebbi l’ordine di marciare con la legione fino ad Anagni, e ad aprile venimmo a sapere che i francesi erano a Civitavecchia: avevano occupato una città che si poteva difendere, se non fosse stato per il tradimento e per la viltà, ed era chiaro il loro proposito di marciare su Roma. In quel periodo era giunto a Roma il generale Avezzana ed assunse l’incarico di Ministro della Guerra: non lo conoscevo personalmente, ma lo stimavo per quello che avevo sentito sul suo carattere e sulla sua attività militare in Spagna ed in America, e il suo nuovo incarico mi riempì di speranze. E non mi sbagliai, perché non tardò ad arrivare l’ordine di partire per Roma, minacciata dai soldati di Bonaparte.
Inutile dire se si marciava volentieri alla difesa della storica città. La legione era di circa 1200 uomini, ed eravamo partiti da Genova in 60: è vero che avevamo percorso buona parte dell’Italia, ma occorre considerare che ovunque eravamo stati respinti dai governi e calunniati come sanno calunniare solo i preti, e che eravamo quasi sempre senza armi, tutte condizioni che demoralizzavano i volontari e ne ostacolavano l’organizzazione; fra tante difficoltà potevamo quindi essere soddisfatti del numero raggiunto. Arrivati a Roma ci stabilimmo a S. Silvestro, un convento di monache abbandonato.

DIFESA DI ROMA

[...] Il giorno successivo ci venne ordinato di accamparci sulla piazza del Vaticano e di difendere le mura da Porta S. Pancrazio a Porta Portese: l’arrivo dei francesi era imminente e dovevamo prepararci a riceverli. Il 30 aprile doveva illuminare di gloria i giovani e inesperti difensori di Roma e vedere la fuga vergognosa dei soldati del clero e della reazione.
Il sistema di difesa organizzato dal generale Avezzana era degno di quel veterano: instancabile, aveva provveduto a tutto e andava ovunque poteva essere utile la sua presenza. Incaricato della difesa da S. Pancrazio a Portese, avevo sistemato al suo esterno degli avamposti, approfittando della posizione dominante di Villa Corsini (Quattro venti), del palazzo del Vascello, e di altri punti strategici: osservando le imponenti posizioni di quegli edifici era facile dedurre che non bisognava permettere il loro controllo da parte del nemico e che, una volta perduti, la difesa di Roma sarebbe risultata impossibile.
Nella notte precedente il 30 aprile non solo mandai degli esploratori lungo le due strade che conducevano alle porte, ma ordinai che due piccoli distaccamenti si appostassero lungo quelle strade in modo da prendere prigionieri alcuni esploratori nemici. All’alba avevo davanti a me, in ginocchio, un soldato della cavalleria nemica che mi chiedeva salva la vita: confesso che per quanto fosse poco importante aver fatto un prigioniero, me ne rallegrai e lo considerai un buon segno, come fosse la Francia stessa inginocchiata, a chiedere perdono per la condotta indegna dei suoi governanti. Quest’uomo era stato catturato con abilità e sangue freddo dal reparto comandato dal giovane nizzardo Ricchieri: una squadra di esploratori nemici era stata messa in fuga e i fuggitivi, benché superiori di numero, avevano abbandonato anche alcune armi. Sapendo dell’avvicinarsi del nemico, è sempre utile tendere delle imboscate lungo le strade che questo deve percorrere, perché ci sono due vantaggi quasi certi: il primo è sapere dov’è la testa della colonna nemica, il secondo di prendere dei prigionieri.
Intanto dalle alture di Roma veniva avvistato l’esercito francese, che si avvicinava lentamente e con attenzione: marciava in colonna sulla strada che da Civitavecchia arriva a Porta Cavalleggeri, e giunto a tiro di cannone sistemò alcuni pezzi in posizione dominante, dispiegando alcuni corpi che partirono all’assalto delle mura.
Era pieno di arroganza il modo in cui il generale nemico decise di attaccare: Don Chisciotte contro i mulini a vento, attaccò come se non vi fossero state difese o se queste fossero tenute da bambini; per sbaragliare quattro brigands d’Italiens il generale Oudinot, figlio di un maresciallo del primo impero, non aveva nemmeno ritenuto di doversi procurare una cartina di Roma e si accorse in fretta che c’erano degli uomini che difendevano la loro città e che si chiamavano repubblicani: questi valorosi, dopo aver lasciato con molta calma che i nemici si avvicinassero, li fulminarono coi moschetti e i cannoni e ne lasciarono sul terreno parecchi.
Dall’alto dei Quattro Venti avevo osservato l’attacco e l’accoglienza preparata dai nostri a porta Cavalleggeri e sulle mura attigue: pensai che non era disprezzabile l’idea attaccare il nemico sulla destra e le due compagnie che inviai portarono lo scompiglio fra i nemici; ma erano troppo inferiori di numero e furono costrette a ripiegare verso il gruppo di ville che ho già menzionate, chiamate Casini. [...] Giunti nei pressi di queste postazioni, i francesi furono accolti dal fuoco incrociato e si ripararono sfruttando le asperità del terreno e dietro i muri delle ville, sparando a più non posso. Il combattimento durò a lungo, ma avendo ricevuto rinforzi caricammo energicamente, facendo progressivamente perdere terreno al nemico: la vittoria fu agevolata dal cannone sulle mura e da una sortita da Porta Cavalleggeri e i francesi furono costretti a ritirarsi precipitosamente e allo sbando, fermandosi solo a Castel Guido e lasciando molti morti e varie centinaia di prigionieri. [...]
Questa prima battaglia contro truppe ben addestrate alzò notevolmente il morale dei nostri e nei giorni seguenti se ne ebbe conferma. L’indomani mi fu ordinato di tenere sotto osservazione i francesi e con la legione ed una parte della cavalleria mi diressi verso Castel Guido, dove ci fermammo a studiare la situazione, finché nel pomeriggio non arrivò un medico francese per parlamentare: lo feci quindi scortare alla sede del governo. Il generale Oudinot, non sentendosi sufficientemente forte per proseguire l’assedio, cercava di temporeggiare con trattative diplomatiche in attesa che gli arrivassero rinforzi dalla Francia: approfittando di questa debolezza e della sua esitazione, avremmo potuto ricacciarlo in mare, e poi avremmo fatto i conti.
In maggio ebbero luogo gli scontri di Palestrina e di Velletri, dove la legione si ricoprì di gloria. I soldati del regno di Napoli, che da tempo erano entrati nel territorio romano insieme a francesi, austriaci e spagnoli, attaccarono a Palestrina ma furono respinti: nella battaglia si distinsero Manara coi suoi bersaglieri, Zambianchi, Marrocchetti, Masina, Bixio, Daverio, Sacchi, Coccelli, ecc. A Velletri, dove il comandante era il generale Roselli, la battaglia fu molto più dura, dato che c’era il re di Napoli in persona con tutto il grosso dell’esercito, mentre noi si era in circa ottomila, di ogni arma.
Partiti da Roma per prendere alle spalle l’esercito napoletano, facemmo la strada da Zagarolo a Monte Fortino: Roselli mi aveva assegnato il comando di tutto il corpo di battaglia, ma dato che l’avanguardia era composta da Marrocchetti con la legione italiana, a me particolarmente affezionata sin dalla sua creazione e composta per la maggior parte dai miei vecchi compagni, mi unii ad essa nella marcia, raccogliendo dagli abitanti di quei luoghi notizie sui napoletani, che poi trasmettevo al quartier generale; da quanto venni a sapere dedussi che il nemico stava per ritirarsi e non mi sbagliai. Giunto sulle alture che dominano Velletri, vicino a Monte Fortino, diedi l’alt e feci schierare la legione ai lati della strada che conduceva a Velletri; il terzo reggimento di linea, che pure faceva parte dell’avanguardia, rimase in colonna come riserva, con alcune compagnie disseminate nelle vigne circostanti la strada; due pezzi di artiglieria furono collocati dietro al terzo reggimento, in posizione dominante e adatta a tenere sotto tiro la strada; una parte della cavalleria di Masina andò avanti in esplorazione mentre il resto rimase di riserva.
Il nemico aveva convogliato sulla via Appia, in direzione di Napoli, le salmerie ed il grosso dell’artiglieria, ma avendo ancora gran parte delle proprie truppe a Velletri e sapendo del numero assai inferiore di chi lo fronteggiava, volle almeno tentare un contatto: verso di noi avanzò quindi una colonna, con la copertura di tiratori appostati nelle vigne, attaccò i nostri avamposti e li cacciò indietro con furia, rovesciandosi sul resto dello schieramento; una loro avanguardia di cavalleria aveva sorpreso lungo la strada alcuni nostri cavalleggeri che erano lì in qualità di esploratori, e per aiutarli inviai la riserva a cavallo: questa riuscì abilmente a respingere gli avversari, ma, giunta sul ciglio della collina, si trovò di fronte la colonna principale che avanzava e naturalmente dovette ripiegare, inseguita a sua volta dai borbonici. I nostri cavalli erano per lo più giovani e non ancora ben addestrati, e quindi si precipitarono a tutta velocità: non mi sembrò uno spettacolo dignitoso, al cospetto di tanti amici e nemici, e così commisi l’imprudenza, assieme ad alcuni miei aiutanti ed al mio coraggioso aiutante nero, Andrea Aguyar, di mettermi in mezzo per frenare la corsa dei nostri.
In un attimo ci fu un mucchio di uomini e di animali rovesciati, perché i nostri in fuga non riuscirono a frenare e ci vennero violentemente addosso: si formò un groviglio che ingombrava tutta la strada, i nemici ci attaccarono alla sciabola e riuscimmo a salvarci approfittando della confusione; subito dopo i legionari schierati lì intorno caricarono energicamente e respinsero il nemico, togliendoci da quella situazione imbarazzante. Una compagnia di ragazzi, vedendomi a terra, si scagliò furibonda contro i napoletani e credo di essermi salvato proprio per merito di quei coraggiosi, perché, rimasto schiacciato da cavalli e cavalieri, ero così malconcio da non potermi muovere; rialzatomi a fatica mi tastai il corpo per vedere se c’era qualcosa di rotto. La carica guidata da Masina e Daverio fu condotta con tale impeto che per poco i nostri non entrarono a Velletri insieme ai nemici in fuga.
A quel punto, più vicini alla città, ebbi la conferma che il nemico intendeva ritirarsi: oltre alle informazioni raccolte in precedenza, ora potevo vedere chiaramente la cavalleria ordinata in scaglioni al di là di Velletri, cioè lungo la strada della ritirata. Nel frattempo inviavo rapporti dettagliati al quartier generale, ma sfortunatamente il grosso del nostro esercito era lontano, bloccato a Zagarolo dove attendeva invano i rifornimenti da Roma; viceversa io avevo fatto mangiare la mia gente cammin facendo, macellando dei buoi trovati in abbondanza nelle ricche tenute dei cardinali.
Finalmente, verso le quattro del pomeriggio, arrivarono il comandante in capo e le prime colonne, e mi sforzai a lungo, ma inutilmente, di convincerlo che il nemico intendeva ritirarsi: Roselli ordinò un breve attacco e poi diede le disposizioni necessarie per l’offensiva della mattina seguente, ma il nemico scelse giustamente di non attendere le nostre decisioni e sgombrò Velletri nella notte, facendo togliere le scarpe ai soldati e fasciando le ruote dei cannoni per potersi ritirare in maggior silenzio.
All’alba si seppe che la città era deserta e dalle alture si poteva vedere il nemico ritirarsi velocemente sull’Appia, verso Terracina e Napoli. Il grosso del nostro esercito tornò a Roma ed io ebbi l’ordine di entrare nello Stato napoletano lungo il percorso Anangni, Frosinone, Ceprano e Rocca d’Arce, dove giunsi con l’avanguardia di bersaglieri di Manara; il reggimento di Masi, con la legione e una parte della cavalleria, tenevano la situazione sotto controllo. Il prode colonnello Manara inseguì il generale Viale, che guidava un corpo nemico e non si fermò un istante per individuare chi lo inseguiva; a Rocca d’Arce arrivarono varie delegazioni dei paesi vicini, salutandoci come liberatori e sollecitando l’invasione del regno, dove avremmo incontrato la simpatia e l’appoggio di tutti.
Ci sono dei momenti decisivi nella vita di un popolo, come in quella dei singoli, e questo era appunto un momento solenne e decisivo. Ci voleva un’ispirazione.
Mi preparavo a proseguire verso S. Germano, dove saremmo arrivati facilmente e senza ostacoli: era il cuore degli stati borbonici, alle spalle degli Abruzzi, le cui intrepide popolazioni erano assai ben disposte a unirsi a noi. Il favore della gente, la demoralizzazione dell’esercito nemico, battuto due volte e sull’orlo di sfaldarsi, dato che i soldati volevano tornarsene a casa, l’ardore dei miei giovani soldati, vittoriosi in tutte le battaglie sostenute e quindi disposti a battersi come leoni senza preoccuparsi del numero dei nemici, la Sicilia non ancora piegata e rincuorata dalle sconfitte dei suoi oppressori, tutto lasciava pensare a buone possibilità di successo se ci fossimo spinti avanti. Ma ecco che un ordine del governo ci richiama a Roma, minacciata nuovamente dai francesi: per compensare tale atto debole, intempestivo e sbagliato, mi si lasciava libero, sulla via del ritorno, di costeggiare gli Abruzzi!
Se chi nel 1848 mi diceva di passare il Ticino dopo la capitolazione di Milano e non solo mi tratteneva i volontari in Svizzera ma li spingeva a disertare, anche dopo la vittoria di Luino, e mi faceva dire da Medici che avrebbero fatto meglio!; se chi mi faceva marciare e vincere a Palestrina; se chi, non so per quale motivo, mi faceva andare a Velletri agli ordini di Roselli; se Mazzini, insomma, il cui voto era decisivo nel Triumvirato, avesse voluto capire che anch’io m’intendevo un po’ di guerra e avesse lasciato che il comandante in capo m’incaricasse solo dell’impresa secondaria, come era accaduto per la prima, cioè dell’invasione dello Stato napoletano, il cui esercito sconfitto non avrebbe retto e le cui popolazioni ci aspettavano a braccia aperte: come sarebbero cambiate le cose! Che avvenire avrebbe avuto l’Italia, non ancora abbattuta dall’invasione straniera!
Invece egli convoca tutte le forze dello Stato, dalla frontiera borbonica a Bologna e le concentra su Roma per offrirle come un sol boccone al tiranno della Senna, il quale, se non gli fossero bastati i quarantamila uomini, ne avrebbe mandati anche centomila per annientarci in un colpo solo. Chi conosce Roma e le sue diciotto miglia di mura, sa perfettamente che non è possibile difenderla con poche forze da un esercito superiore in numero e in mezzi com’era quello francese nel 1849.
Per la difesa della capitale non bisognava impiegare tutte le forze dell’esercito repubblicano, ma distribuirne la maggior parte nelle varie posizioni inespugnabili di cui abbonda lo Stato, chiamare alle armi tutta la popolazione, lasciarmi continuare la marcia vittoriosa nel cuore del regno, e infine, dopo aver portato all’esterno tutti i possibili mezzi di difesa, far evacuare lo stesso governo e dargli una sede centrale e difendibile. Contemporaneamente occorreva prendere alcune misure di polizia nei confronti degli elementi clericali, che invece non furono attuate, per una discutibile prudenza, lasciandoli completamente liberi di congiurare e di contribuire così alla caduta della Repubblica e alla sventura dell’Italia. Quali sarebbero stati i risultati di tutte queste misure? Se proprio dovevamo cadere, saremmo almeno caduti dopo aver fatto tutto il possibile, e certamente dopo l’Ungheria e Venezia!
Giunto a Roma da Rocca d’Arce, vedendo come si provvedeva alla causa nazionale e prevedendo l’inevitabile rovina, chiesi la dittatura: e la chiesi come in altri momento avevo chiesto il timone di una barca che la tempesta stava spingendo verso gli scogli. Mazzini e i suoi rimasero scandalizzati! Ma pochi giorni dopo, il 3 giugno, il nemico che li aveva presi in giro si era impadronito delle posizioni dominanti della città e noi tentavamo inutilmente di riconquistarle: allora il capo dei triumviri mi scrisse offrendomi l’incarico di generale comandante in capo. Ero impegnato sul fronte dell’onore, lo ringraziai e continuai col sanguinoso lavoro di quella triste giornata.
Oudinot, avendo ricevuto i rinforzi di cui aveva bisogno, dalle trattative con cui aveva addormentato il governo della Repubblica decise di passare ai fatti ed annunciò alla città che avrebbe ripreso le ostilità il 4 giugno: e il governo si fidò della parola del traditore bonapartista. Da aprile a giugno, da quando cioè incombeva il pericolo, non si era pensato a nessuna opera di difesa, soprattutto nei punti dominanti essenziali all’esterno della città: ricordo che il 30 aprile, dopo la vittoria, Avezzana ed io durante una riunione ai Quattro Venti avevamo deciso di fortificare questa fondamentale posizione ed alcune altre nei dintorni, di non minore importanza, ma il generale Avezzana era stato inviato ad Ancona ed io incaricato di altri compiti.
Fuori Porta S. Pancrazio e Porta Cavalleggeri si trovavano poche compagnie come posti avanzati, essendo il nemico dalla parte di Castel Guido e Civitavecchia. Io ero tornato a Velletri e, lo confesso, ero addolorato per l’andamento disastroso della causa del mio povero paese. La legione occupava S. Silvestro e non si pensava che a far riposare i soldati dopo le fatiche della campagna.
Oudinot, che aveva dato l’ultimatum per il 4 giugno, preferì attaccare di sorpresa nella notte fra il 2 e il 3 giugno: ci svegliammo per il rumore delle fucilate e delle cannonate verso Porta S. Pancrazio. Demmo l’allarme e i legionari, malgrado fossero molto stanchi, furono pronti in un lampo precipitandosi dove si stava combattendo; i nostri che tenevano gli avamposti, vigliaccamente presi di sorpresa erano stati massacrati o presi prigionieri, e quando arrivammo a Porta S. Pancrazio il nemico era già padrone dei Quattro Venti e degli altri punti strategici.
Sperando che il nemico non avesse consolidato la posizione, diedi immediatamente ordine di attaccare il casino dei Quatto Venti: sentivo che là c’era la salvezza di Roma, se l’avessimo preso, o la sua rovina, se restava in mano ai francesi. L’attacco fu portato non con bravura, ma con eroismo, prima dalla legione italiana, poi dai bersaglieri di Manara, e in seguito anche da altri corpi, sostenuti dalla artiglierie delle mura sino a notte fonda. Il nemico, consapevole dell’importanza del luogo, l’aveva occupato con un forte nucleo delle sue truppe scelte e noi tentammo invano d’impadronircene con ripetuti assalti dei nostri migliori soldati: guidati dal valoroso Masina penetrarono nella villa combattendo corpo a corpo coi francesi, costringendo più volte i reduci dell’Africa a ripiegare, ma il numero dei nemici era sproporzionato e troppo frequente il ricambio di truppe fresche, tanto da rendere inutili gli eroici sforzi dei nostri. Mandai in loro aiuto il corpo di Manara, nostro compagno di gloria in tutte le battaglie, poco numeroso ma coraggiosissimo, il meglio organizzato e il più disciplinato di Roma: il combattimento durò a lungo, ma alla fine, sopraffatti dal numero sempre crescente di nemici, i nostri dovettero ritirarsi.
La battaglia del 3 giugno 1849, una delle più gloriose dei soldati italiani, durò dall’alba fino alle prime ore della notte: i tentativi per riprendere il Casino dei Quattro Venti furono numerosi, e tutti tremendi: quando fu buio mandai all’assalto alcune compagnie fresche del reggimento Unione, sostenute da altri reparti, che impegnarono una lotta furibonda; ma i nemici erano troppi e anche quei valorosi, dopo aver perso lo stesso comandante, furono costretti a ripiegare. Masina, Daverio, Peralta, Mameli, Dandolo, Ramorino, Morosini, Panizzi, Davide, Melara, Minuto: che nomi! E tanti altri eroi che non ricordo furono le vittime dei preti e di una Repubblica fratricida. Roma libera dalla negromanzia e dai ladri, a questi straordinari figli d’Italia lo erigerà un monumento sulle macerie del mausoleo eretto dai preti allo straniero ladro e assassino?
La prima legione italiana, che contava appena mille uomini, perse ventitré ufficiali, quasi tutti morti, e molti ne persero il corpo di Manara ed il reggimento Unione, che avevano combattuto con uguale coraggio, senza contare gli ufficiali degli altri corpi.
Il 3 giugno decise le sorti di Roma: i migliori ufficiali e sottufficiali erano morti; il nemico era padrone di tutti i punti chiave, e forte com’era di numero e di artiglieria vi si stabilì solidamente, così come nelle importanti posizioni laterali, conquistate a tradimento: cominciò tutti i preparativi per l’assedio, come se avesse avuto a che fare con una piazzaforte di prim’ordine, avendo trovato degli italiani che si battevano; non parlerò di tutto questo, trincee, batterie di breccia, bombardamento coi mortai, ecc.: credo che se ne sia scritto in modo dettagliato ed io non potrei farlo con grande precisione, poiché in questo momento non ho a disposizione i dati e i documenti che sarebbero necessari. Ciò che posso assicurare, però, è che di fronte ad un esercito perfettamente addestrato, assai superiore di numero, organizzato meglio, con mezzi immensi, i nostri giovani soldati hanno combattuto con valore da aprile a luglio: il terreno fu difeso palmo a palmo, non ci fu un solo caso di diserzione né uno scontro in cui si cedesse alla forza ed al numero senza battersi furiosamente.
Come ho detto, i reparti erano privi dei migliori ufficiali e a ranghi ridotti; nei corpi di linea, cioè i vecchi papalini, alcuni si erano comportati ben fin dall’inizio, ma ora, vedendo che tutto andava in malora, avevano quell’aspetto inerte o svogliato che prelude alla defezione o al tradimento, e ciò si manifestava gesuiticamente nella mancata esecuzione dei propri compiti; in particolare c’erano degli ufficiali superiori, che speravano nella restaurazione e che la Repubblica non aveva saputo o voluto eliminare, i quali non solo si opponevano agli ordini ma provocavano la svogliatezza fra i loro soldati: ciò provocava enormi difficoltà al bravo Manara, mio Capo di Stato Maggiore, e al tempo stesso era portatore di sicuri disastri.
Una notte si tentò una sortita, ma il panico fra coloro che marciavano in testa si diffuse nell’intera colonna e l’impresa fallì. Tenevamo ormai poche posizioni esterni non avendo forze sufficienti: solo il Vascello resistette fino all’ultimo grazie al coraggio di Medici e della sua gente, e quando alla fine lo si abbandonò di quel grande edificio non restava che un mucchio di macerie.
La situazione si faceva ogni giorno più difficile: il valoroso Manara incontrava sempre maggiori ostacoli a garantire il collegamento fra prima linea e retrovie, essenziale per la sicurezza di tutti; questa carenza contribuì in modo decisivo a facilitare l’ingresso dei francesi nelle brecce aperte dai cannoni di Bonaparte e infatti queste furono superate di notte, e con pochissime perdite, proprio perché mal sorvegliate.
Se Mazzini - non si deve incolpare nessun altro - avesse avuto capacità pratiche pari alla sua bravura nel progettare movimenti e imprese; se avesse avuto - come ha sempre creduto - la necessaria preparazione militare; se, soprattutto, avesse dato ascolto a qualcuno dei suoi che per le esperienze fatte poteva avere qualche competenza, avrebbe commesso meno errori; e, nelle circostanze che sto narrando, avrebbe potuto, se non salvare l’Italia, almeno ritardare indefinitamente la catastrofe romana; e, ripeto, forse avrebbe potuto lasciare a Roma l’onore di essere caduta per ultima, cioè dopo Venezia e l’Ungheria.
Il giorno prima della sua eroica morte, avevo mandato Manara da Mazzini per suggerirgli di uscire da Roma e marciare con tutte le forze disponibili verso le forti posizioni degli Appennini. E non so perché non si fece così! La storia non è priva di precedenti analoghi rivelatisi provvidenziali e lo testimonia quanto ho narrato del Rio Grande, o quanto accaduto negli Stati Uniti d’America non molto tempo fa. Che fosse impossibile non è vero, giacché sono uscito da Roma pochi giorni dopo con quattromila uomini, senza difficoltà. I rappresentanti del popolo, in maggioranza giovani ed energici patrioti, amati nei loro collegi elettorali, potevano andare lì e fare appello al patriottismo della gente, e tentare ancora la fortuna. Invece si disse che la difesa diventava impossibile e che i deputati dovevano restare al loro posto: decisione coraggiosa, che li onora, ma pessima per l’onore e gli interessi della patria, e riprovevole, visto che restavano ancora molti uomini per continuare a combattere, e che altri ancora stavano combattendo. [...]
Si attendeva l’ingresso dei francesi per consegnare le armi e prolungare un doloroso e disonorevole periodo di schiavitù. Io, contando su un pugno di compagni, decisi di non sottomettermi e di tentare ancora la sorte.
Il signor Cass, ambasciatore americano, conoscendo la situazione mi fece sapere che desiderava parlarmi (2 luglio 1849) e c’incontrammo: gentilmente mi disse che a Civitavecchia c’era una corvetta americana a mia disposizione, se volevo imbarcarmi con quei compagni che potevano essere compromessi. Gli risposi che lo ringraziavo per la generosità ma che sarei uscito da Roma con coloro che volevano seguirmi e proseguire la lotta per il mio paese; poi mi avviai in piazza S. Giovanni per raggiungere la mia gente, cui avevo ordinato di andare lì e prepararsi per la sortita. Vi trovai la maggior parte di essi, mentre gli altri stavano arrivando: molti soldati di altri corpi, intuendo o conoscendo la nostra decisione, si univano a noi per non sottostare all’umiliazione di deporre le armi ai piedi dei soldati di Bonaparte, guidati dai preti.

RITIRATA

La mia buona Anita, nonostante le mie raccomandazioni affinché restasse a Roma, aveva deciso di accompagnarmi: dirle che avrei affrontato una vita tremenda di disagi, di privazioni, di pericoli, fu solo uno stimolo per quella donna coraggiosa, come inutile fu osservare che era incinta. Andò in una casa e pregò una donna di tagliarle i capelli, si vestì da uomo e montò a cavallo.
Dopo aver osservato a lungo dall’alto delle mura se vi fossero nemici sulla nostra strada, diedi ordine di marciare verso Tivoli, con l’intenzione di combattere chiunque avesse tentato di fermarci: arrivammo a Tivoli senza problemi il 3 luglio e lì cercammo di riorganizzare tutti i pezzi di reparti che formavano il mio gruppo. Fino a quel momento le cose non andavano tanto male: mancavano, perché morti o feriti, la maggior parte dei miei migliori ufficiali - Masina, Daverio, Manara, Mameli, Bixio, Peralta, Montaldi, Ramorino, e tanti altri - ma alcuni c’erano - Marrocchetti, Sacchi, Cenni, Coccelli - e se il morale generale non fosse stato così basso, avrei potuto combattere e dare agli italiani, ripresisi dalla sorpresa e dall’abbattimento, l’occasione di liberarsi dal giogo dei predatori stranieri: purtroppo non fu così!
Mi accorsi ben presto che non c’era voglia di continuare nella gloriosa e magnifica impresa che il destino ci aveva offerto: da Tivoli mi diressi a nord per rivolgermi a quelle energiche popolazioni, e non solo non riuscii a trovare un solo uomo, ma durante la notte, come se volessero nascondere nel buio quell’azione vergognosa, disertavano anche quelli che mi avevano seguito da Roma. Dentro di me pensavo alla tenacia e all’abnegazione degli americani con cui avevo vissuto e che, privi di ogni comodità, accontentandosi di mangiare quel poco che si trovava, e spesso anche del tutto privi di cibo, resistevano per anni nelle pianure desolate e sulle montagne, impegnati in una guerra atroce piuttosto che piegarsi alla prepotenza di un tiranno o dello straniero: paragonavo quei coraggiosi figli di Colombo ai miei compatrioti, deboli ed effeminati, e mi vergognavo di appartenere allo stesso popolo di questi codardi, incapaci di resistere un mese nelle campagne lontano dalla comodità tipica della città dei tre pasti quotidiani.
A Terni si unì a noi il prode colonnello inglese Forbes, acceso sostenitore della causa italiana al pari dei più convinti fra noi, soldato coraggioso ed onesto: ci raggiunse con alcune centinaia di uomini ben equipaggiati. Da Terni andammo ancora a nord, attraversando gli Appennini e battendo varie zone, ma nessuno rispondeva all’appello. A causa delle frequenti diserzioni molte armi restavano abbandonate e venivano caricate sui muli, ma erano diventate talmente tante che era troppo difficile trasportarle, e così dovemmo lasciarne una parte a quelli del posto che ci sembrarono più affidabili, affinché le nascondessero e le conservassero per il giorno in cui sarebbero stati stanchi di umiliazioni e offese. Malgrado la situazione poco brillante, c’era comunque motivo di essere orgogliosi: eravamo sfuggiti ai francesi, che ci avevano inseguito inutilmente, ed ora eravamo in mezzo ad austriaci, spagnoli e napoletani: i napoletani erano stati distanziati; gli austriaci ci cercavano dovunque, erano senz’altro informati delle nostre precarie condizioni e certamente volevano accrescere la gloria conquistata nel settentrione, anche perché invidiosi dei trionfi francesi: che la nostra colonna s’indebolisse ogni giorno di più lo sapevano perfettamente grazie al gran numero di spie, traditori e preti, instancabili su questa terra che disgraziatamente li tollera! I preti, soprattutto, padroni assoluti delle campagne che erano per noi il luogo ideale di transito, informavano minuziosamente il nemico su di noi, sulle nostre posizioni e su ogni nostro movimento.
Viceversa io sapevo ben poco del nemico, perché anche la parte migliore dei contadini era demoralizzata, impaurita, non voleva compromettersi, e non riuscivo a trovare delle guide neanche pagando bene. Accompagnati da ottimi conoscitori dei luoghi (e ho visto io stesso preti col crocifisso in mano condurre contro di noi gli stranieri) i nemici ci scovavano sempre di giorno, dato che ci notte ci muovevamo continuamente, ma in genere ci trovavano sempre in posizioni favorevoli e quindi non osavano attaccare: ciò nondimeno ci logoravano e provocavano la defezione dei nostri. Andò avanti così per un pezzo, senza che il nemico, immensamente più forte, decidesse di attaccare la nostra piccola colonna. Con la gente di città demoralizzata e con quella di campagna ostile e succube dei preti, la precarietà della nostra situazione aumentava e presto sentimmo gli effetti della reazione che prendeva piede in tutte le province italiane.
Durante la notte dovevamo spostarci, perché ovviamente i nemici si concentravano e i nostri movimenti diventavano sempre più difficili: in Italia non riuscivo a trovare una guida mentre gli austriaci non avevano problemi: che questo serva di monito agli italiani che vanno a messa e a confessarsi da quelle nere figure chiamate scarafaggi!
Poche cose accaddero fino a S. Marino, tranne alcune scaramucce con gli austriaci. Due nostri cavalleggeri che andavano in esplorazione furono catturati dai contadini del vescovo di Chiusi: un vescovo, dico, e se non erro Chiusi ancora oggi (1872) ha un vescovo; reclamai la restituzione dei due uomini, che ritenevo in grande pericolo nelle grinfie dei discendenti di Torquemada, ma mi furono negati: per rappresaglia feci allora marciare in testa alla nostra colonna tutti i frati di un convento, minacciando di fucilarli, ma l’arcivescovo, duro, rispose che in Italia c’era molta stoffa per far frati e non volle restituire i prigionieri. Dico di più: penso che egli desiderasse la morte di quei suoi soldati, per poi spacciarli di fronte alla plebe come santi martiri, e quindi li lascia liberi. [...]
A S. Marino feci affiggere sul muro di una chiesa fuori dalla città un ordine del giorno formulato più o meno così: "Soldati, vi sciolgo dall’impegno di seguirmi. Tornate alle vostre case, ma ricordatevi che l’Italia non deve rimanere nella schiavitù e nel disonore!"
Al governo della Repubblica di S. Marino era giunta un’intimazione del generale austriaco con condizioni per noi inaccettabili e questo provocò una reazione positiva nei nostri soldati, che decisero di combattere a oltranza piuttosto che accettare compromessi ignominiosi. L’accordo con la Repubblica era di deporre le armi in quel territorio neutrale e di lasciare tutti liberi di tornare a casa: questo il patto col governo e niente fu contrattato coi nemici d’Italia.
Per quanto mi riguarda, però, non avendo intenzione di deporre le armi, non ritenevo impossibile aprirmi la strada con un pugno di compagni e guadagnare Venezia, e così decisi. Un doloroso ostacolo era la mia Anita, inferma e in fase avanzata di gravidanza: la supplicavo di restare in quel luogo, dove almeno per lei c’era la possibilità di un rifugio e gli abitanti ci avevano dimostrato molto affetto: inutile, quel cuore forte e generoso respingeva qualsiasi mia raccomandazione e m’imponeva il silenzio con queste parole: "Tu vuoi lasciarmi." Decisi di lasciare S. Marino a metà della notte e di raggiungere qualche porto dell’Adriatico dove imbarcarsi per Venezia: dato che vari compagni, in particolare alcuni coraggiosi lombardi e veneti disertori dall’Austria, avevano scelto di seguirmi a tutti i costi, uscii dalla città con alcuni aspettando gli altri in un punto prefissato: questo provocò del ritardo e dovetti aspettare un pezzo prima che ci si riunisse tutti. Durante il giorno girai nei dintorni per avere ragguagli sui punti della costa più agevoli: la fortuna, in cui non ho mancato mai di credere, mi mandò un individuo che in quella circostanza mi fu di grande aiuto, Galapini, un coraggioso giovane di Forlì, che arrivò in calesse e fece da esploratore, correndo come un lampo dov’erano gli austriaci, raccogliendo informazioni dagli abitanti e riferendomi ogni cosa. Decisi quindi di andare a Cesenatico e Galapini trovò delle guide che mi accompagnarono; arrivammo verso mezzanotte e all’entrata trovammo un posto di guardia austriaco: quegli uomini restarono sorpresi per la nostra improvvisa apparizione e sfruttando quel momento d’indecisione dissi ai miei di scendere da cavallo e disarmarli; fu affare di un momento ed entrammo nel paese di cui restammo padroni, prendendo prigionieri alcuni gendarmi che certo non ci aspettavano quella notte. Una delle prime misure fu di intimare alle autorità locali di ordinare che venisse messe a nostra disposizione un numero di barche sufficiente a trasportare tutti i miei soldati.
La fortuna, però, quella notte cessò di assisterci. Una burrasca agitava il mare all’imbocco del porto in modo tale da rendere impossibile uscire, e qui mi aiutò molto la mia esperienza di marinaio: era indispensabile lasciare il porto, perché il giorno era vicino e i nemici si stavano avvicinando, ed il mare era l’unica via di fuga. La gente salì a bordo di tredici bragozzi: [...] il colonnello Forbes s’imbarcò per ultimo, essendo rimasto, per tutto il tempo in cui si terminavano i preparativi, all’entrata del paese per respingere i nemici qualora fossero arrivati. Messi in acqua i barconi con tutte le persone a bordo, tonneggiandoli uno dopo l’altro, su ciascuno venne distribuita una parte dei viveri forniti dall’autorità municipale, fu raccomandato di navigare più uniti possibile e si partì per Venezia. Era giorno fatto quando salpammo da Cesenatico, il tempo era migliorato ed il vento favorevole: se non fossi stato molto preoccupato per la mia Anita, che si trovava in uno stato deplorevole e soffriva enormemente, avrei potuto dire che, superate tante difficoltà e sulla via della salvezza, potevamo dirci fortunati; ma i dolori della mia compagna erano troppo forti e ancora più forte il mio rammarico di non poterla aiutare.
A causa del poco tempo disponibile e delle difficoltà incontrate per uscire in mare, non mi ero potuto occupare dei viveri e avevo dato l’incarico ad un ufficiale, che aveva raccolto il possibile: di notte aveva assalito di sorpresa un paesetto sconosciuto ed aveva requisito il poco che c’era, poi distribuito nelle barche. Mancava soprattutto l’acqua e mia moglie aveva una sete che la divorava, sintomo chiaro della malattia; anch’io, provato dalla fatica, avevo sete e l’acqua era scarsissima!
Per tutta la giornata costeggiammo ad una certa distanza la sponda italiana dell’Adriatico, con vento favorevole e anche di notte le condizioni furono ottime; c’era luna piena e con malinconia vidi sorgere la compagna dei naviganti che tante volte avevo contemplato in adorazione: era bella come non l’avevo mai vista, ma purtroppo troppo bella per noi! E proprio la luna ci fu fatale quella notte.
A est della punta di Goro c’era la squadra austriaca, che i patriottici governi sardo e borbonico avevano lasciato intatta e padrona dell’Adriatico: dalle informazioni che mi avevano dato i pescatori sapevo dell’esistenza di questa squadra e che forse era ancorata dietro questo promontorio, ma le mie notizie erano incerte. La prima nave che avvistammo fu un brigantino, l’Oreste credo, e quella avvistò noi, manovrando per venirci incontro: feci in modo di segnalare agli altri bragozzi di deviare decisamente a sinistra verso la costa per togliersi dalla rotta nemica, dato che nel chiarore della notte il nemico poteva facilmente scorgere i nostri legni. La precauzione non servì, perché la notte era troppo luminosa ed il brigantino nemico non solo ci vide ma con cannonate e razzi ci segnalò alla squadra. Tentai di passare fra i bastimenti ostili e la costa senza badare ai colpi di cannone, ma gli altri bragozzi, intimoriti dal frastuono e dalle cannonate, retrocessero, ed io feci altrettanto per non abbandonarli.
All’alba ci trovammo nell’insenatura di Goro accerchiati dalle navi nemiche: continuavano a cannoneggiarci e mi accorsi con dolore che già alcuni bragozzi si erano arresi; era impossibile sia indietreggiare che avanzare perché i legni avversari erano assai più veloci e non c’era altra soluzione che puntare verso la costa, dove arrivammo, inseguiti da lance e scialuppe e sotto i colpi di artiglieria, solo in quattro, mentre gli altri bragozzi erano stati catturati. Lascio immaginare qual era il mio stato in quei momenti: la mia infelice compagna moribonda; il nemico all’inseguimento con quell’energia tipica di chi ha già la vittoria in mano; diretto a una costa dov’era molto probabile trovare molti altri nemici, non solo austriaci ma anche papalini. Comunque sia approdammo: presi in braccio Anita, sbarcai e la deposi a terra; i miei compagni mi chiedevano con lo sguardo cosa dovevano fare e dissi loro d’incamminarsi alla spicciolata e di cercare rifugio da qualche parte, e soprattutto di allontanarsi da lì, essendo imminente l’arrivo delle barche: io non potevo muovermi, non potevo abbandonare mia moglie morente.
Quegli uomini mi erano molto cari: Ugo Bassi, Ciceruacchio coi suoi due figli! Bassi mi disse che avrebbe cercato un casolare dove potersi cambiare perché indossava dei pantaloni rossi, credo tolti al cadavere di un soldato francese da uno dei nostri, che poi li aveva regalati a Bassi vestito in modo cencioso. Ciceruacchio mi diede un addio affettuoso e si allontanò coi figli. Mi separai da quei valorosissimi italiani e non li avrei rivisti mai più. La ferocia austriaca e clericale di lì a pochi giorni avrebbe soddisfatto la propria sete di sangue fucilando quei generosi, vendicandosi delle paure passate.
Oltre a Ciceruacchio ed ai suoi figli erano in nove: il capitano Parodi, uno dei miei prodi compagni di Montevideo, e un sacerdote genovese, Ramorino; degli altri non ricordo. "Scavate nove fosse" ordinò il capitano austriaco, agli ordini di un principe straniero che comandava in quella parte d’Italia, che aveva catturato i miei commilitoni; "Scavate nove fosse" diceva imperiosamente quel capitano ad una folla di contadini che, grazie ai preti, avevano paura dei liberali, dipinti come assassini, ma non degli austriaci: e in quel terreno leggero le fosse furono scavate in pochi minuti.
Povero vecchio Ciceruacchio! Il vero tipo dell’onesto popolano, con davanti a sé le fosse che dovevano racchiudere lui, i suoi compagni, i suoi figli: un figlio di 13 anni! Pronte le fosse, furono tutti fucilati, e poi sepolti da mani italiane, s’intende. Il soldato straniero era padrone, comandava ai servi e l’obbedienza doveva essere immediata, altrimenti bastonate! Anche Ugo Bassi venne arrestato e fucilato con Levré, uno dei miei di Montevideo, coraggioso e simpatico milanese. Prima dell’esecuzione Bassi fu torturato dai preti: essendo lui stato prete, la loro rabbia era ancora maggiore!
Rimasi nelle vicinanze del mare, in un campo di frumento, con la mia Anita e col tenente Leggero, mio compagno inseparabile, che era con me in Svizzera l’anno precedente, dopo il fatto di Morazzone: le ultime parole della mia donna furono per i suoi figli, che ella immaginò di non poter vedere più! Rimanemmo lì per un po’, indecisi sul da farsi, finché dissi a Leggero di andare verso l’interno a cercare qualche casa: coraggioso come sempre egli si mosse subito ed io rimasi in attesa; non molto tempo dopo udii qualcuno che si avvicinava e vidi Leggero accompagnato da una persona la cui vista mi confortò: era il colonnello Bonnet, uno dei miei migliori ufficiali, ferito nell’assedio di Roma, dove aveva perso anche un fratello. Era tornato a casa per curarsi e non poteva accadermi niente di più fortunato che incontrare quel fratello d’armi: abitava nei dintorni e, udite le cannonate, aveva immaginato che fossimo sbarcati, e si era avvicinato al mare per cercarci e aiutarci. Il coraggioso e intelligente Bonnet, rischiando molto, ci aveva cercato e trovato, ed una volta arrivato lui mi rimisi interamente alle sue decisioni, cosa che ci salvò: propose di andare a una casupola vicina per dare un po’ di ristoro alla mia infelice compagna.
Ci muovemmo sostenendo Anita in due ed arrivammo a fatica in quella casa di povera gente dove si trovò dell’acqua, la prima cosa che serviva alla malata, e altro; di qui ci spostammo nella dimora della sorella di Bonnet, che fu gentilissima e poi attraversammo parte delle valli di Comacchio, andando verso la Mandriola dove ci sarebbe stato un medico: ci arrivammo in calesse, con Anita sdraiata su un materasso, e subito dissi al dottor Zannini "Cercate di salvare questa donna!"; rispose di portarla a letto e in quattro afferrammo gli angoli del materasso e la trasportammo in casa, su per una scaletta che conduceva alla stanza; nell’adagiarla sul letto mi sembrò di scorgere sul suo viso la fisionomia della morte: le presi il polso e non batteva più! Avevo davanti a me la madre dei miei figli, che amavo tanto, morta! Quando li rivedrò mi chiederanno della loro madre! Piansi amaramente la perdita della mia Anita, che mi fu compagna inseparabile nelle più avventurose circostanze della mia vita.
Pregai quella brava gente di dare sepoltura al cadavere e mi allontanai sollecitato da quelle stesse persone, che con la mia presenza stavo compromettendo. Mi avviai barcollando per S. Alberto, con una guida che mi condusse da un sarto, povero ma onesto e generoso: con Bonnet, a cui devo la vita, comincia la serie dei miei protettori senza i quali non avrei potuto sopravvivere per trentasette giorni dalle foci del Po al golfo di Sterlino, dove m’imbarcai per la Liguria. Dalla finestra della casa in cui mi trovavo, a S. Alberto, vedevo passeggiare i soldati austriaci, padroni e insolenti come sempre! Abitai in due case, in questo piccolo ma bellissimo paese, e in entrambe fui tenuto al sicuro, trattato con una generosità superiore alla condizione economica di quella gente. Da S. Alberto i miei amici pensarono bene di farmi trasferire nella vicina pineta, dove rimasi qualche tempo cambiando spesso abitazione per ragioni di sicurezza: varie persone condividevano questo segreto, che come una nuvola magica mi nascondeva alle ricerche dei miei persecutori, non solo austriaci ma anche papalini, addirittura peggiori; la maggior parte di questi coraggiosi romagnoli erano giovani e bisognava vedere con che sollecitudine si preoccupavano della mia protezione: quando ritenevano che fossi in pericolo li vedevo arrivare di notte, su un calesse, e mi portavano a molte miglia di distanza in un luogo più sicuro.
Austriaci e preti non trascuravano di fare tutte le indagini possibili per trovarmi: i primi avevano diviso un battaglione in sezioni che percorrevano la pineta in tutte le direzioni; i preti, poi, dal pulpito e dal confessionale incitavano le contadine ignoranti a fare la spia, per la maggior gloria di Dio. I miei giovani protettori, per trasferirmi da un luogo all’altro e per dare l’allarme in caso di pericolo, avevano predisposto i loro segnali notturni con un’abilità ammirevole: quando si sapeva che c’era qualche nemico, scorgendo un fuoco in un determinato punto, si passava oltre; se in un certo luogo non si vedeva alcun fuoco si tornava indietro, o si andava in un’altra direzione, talvolta, temendo un malinteso, il conduttore fermava il calesse, scendeva e andava avanti lui stesso per controllare, oppure senza scendere trovava subito chi lo informava di ogni cosa.
Queste misure erano prese in modo tale da suscitare ammirazione: si noti che qualsiasi cosa fosse trapelata, qualunque accenno di ciò che stava accadendo avessero notato i miei persecutori, essi avrebbero fucilato senza processo e senza pietà tutti quelli che mi aiutavano, anche i bambini. Quanto mi dispiace non poter consegnare alla storia i nomi di quei generosi romagnoli, a cui certamente devo la vita: se non fossi votato alla sacra causa del mio paese, basterebbe quella circostanza a impormene l’obbligo. Così passai vari giorni nella bella pineta di Ravenna: un po’ alla capanna di un caro, onesto e generoso popolano di nome Savini; altre volte sdraiato fra i cespugli, di cui il bosco era pieno.
In una di quest’ultime occasioni un giorno accadde che mentre con Leggero eravamo nascosti dietro un arbusto, dall’altra parte passarono degli austriaci e le loro voci, assai poco piacevoli, disturbarono molto la quiete della foresta e le nostre pacate riflessioni; passarono a poca distanza e l’oggetto della loro animata conversazione eravamo certamente noi.
[...] Da Ravenna ci trasferimmo a Cervia, nella fattoria di un’altra cara persona di cui ricordo perfettamente la bonaria fisionomia ma non il nome; dopo un paio di giorni andammo a Forlì, dove passammo una notte ospitati in una casa di brava gente, e poi ci avviammo verso l’Appennino con delle guide. Vale la pena osservare che nessuno, fra quella gente generosa, è capace di abbassarsi alla delazione e che aiutando un ricercato lo custodiscono come cosa sacra: lo salvano, lo mantengono, lo guidano con una cordialità incomparabile. La lunga dominazione del più perverso e corrotto dei governi non è stato capace di fiaccare e rovinare il carattere di quelle forti e generose popolazioni.
Il governo di ladri (1872) seguito al pessimo governo dei clericali, non la conosce questa gente, per disgrazia caduta sotto la sua amministrazione, e la tormenta senza scrupoli, ma imparerà a conoscerla il giorno in cui dalla terra dei Vespri e dalla Romagna alle Alpi si chiederà conto della sua gestione.
Passammo la frontiera ed entrammo in Toscana: la medesima simpatia la trovammo fra questa gente colta, parte di un’Italia allora divisa dai preti ma destinata a formare un popolo solo. Un certo Anastasio, fra gli altri, ci accolse e ci diede ospitalità in una casa tra le montagne. Poi un prete, un vero angelo custode del ricercato!, ci venne a cercare, ci trovò e ci portò a casa sua, a Modigliana. Ricorderò qui a chi ha la pazienza di leggere queste memorie, ciò che ho già detto molte volte: odio il carattere falso e perverso del prete, ma se la persona viene staccata dalla sua funzione d’impostore, e resta l’uomo, io lo considero come chiunque altro.
Padre Giovanni Verità era un vero sacerdote di Cristo, e qui per Cristo intendo l’uomo virtuoso, il legislatore, non il Cristo fatto Dio dai preti e di cui si servono per coprire l’oscenità e l’ipocrisia della propria esistenza: se un perseguitato transitava in quelle contrade era cura di padre Verità proteggerlo, nutrirlo e farlo condurre, o condurlo egli stesso, in un luogo sicuro. In questo modo aveva salvato centinaia di romagnoli braccati dall’inesorabile rabbia del clero che si rifugiavano in Toscana perché lì il governo era, se non buono, almeno meno scellerato di quello dei papalini. Fra quelle sventurate popolazioni, poi, le condanne all’esilio erano frequenti e ovunque, nelle mie peregrinazioni, avevo incontrato molti romagnoli esiliati, e da tutti avevo sentito benedire il nome del pio sacerdote.
Ci fermammo un paio di giorni in casa di don Giovanni, nel suo paese, dove la stima generale e l’affetto di cui godeva rendevano ancora più sicura la sua ospitalità; poi ci condusse attraverso l’Appennino con l’idea di passare negli Stati Sardi. Giunti una sera nelle vicinanze delle Filigari, la nostra generosa guida ci lasciò in un luogo appartato e si spinse verso l’abitato per cercare una guida, e in tale circostanza avvenne un contrattempo che ci separò dal nostro protettore: una guida inviata da lui, essendo notte fonda si smarrì e arrivò tardi; entrammo nel paesino mentre don Giovanni se ne era allontanato per raggiungerci, impaziente per il nostro ritardo, ed aveva preso un’altra strada. All’alba eravamo sulla stradale che conduce da Bologna a Firenze e non potevamo restare a lungo in un luogo così esposto: decidemmo così di cercare un calesse ed avviarci verso Firenze, abbandonando con enorme rincrescimento l’uomo generoso che fino a quel momento ci aveva guidati e protetti; seguimmo lo stradale che era giorno fatto e incrociammo un corpo di austriaci che da Firenze marciava verso Bologna: facemmo finta di niente e continuammo così per un pezzo lungo il versante occidentale dell’Appennino.
Giunti a un’osteria, sul lato sinistro della strada, il guidatore del carro si fermò e preferimmo sostare anche noi: entrammo nell’osteria, congedammo il vetturino e ordinammo una tazza di caffè; nell’attesa mi ero seduto su una panca vicino all’ingresso, accanto a una di quelle lunghe tavole che si trovano abitualmente nelle locande: un po’ stanco mi ero appoggiato sonnecchiando con le braccia distese sul tavolo, quando Leggero mi svegliò toccandomi la spalla con un dito, ed incrociai con lo sguardo le facce poco simpatiche di certi croati che avevano riempito l’osteria. Era un altro reparto austriaco, o forse una parte di quello che avevamo incrociato: riabbassai il capo e feci conto di non aver visto nessuno; quando l’osteria si svuotò e i padroni furono serviti, potemmo bere il caffè, poi attraversammo lo stradale e trovammo una casa di contadini in cui fermarci.
Dopo aver riposato ci avviammo verso Prato con l’intenzione di guadagnare la frontiera ligure: marciammo gran parte della giornata fino ad arrivare in una valle dove trovammo una specie di albergo di campagna e chiedemmo alloggio per la notte; nello stesso albergo c’era un giovane cacciatore di Prato che sembrava un frequentatore abituale e amico dei proprietari: aveva un aspetto decoroso, un comportamento aperto ed una di quelle facce oneste che difficilmente ingannano. Stetti ad osservarlo per qualche tempo, con la chiara intenzione di parlargli, e lo avvicinai: dopo poche parole gli dissi il mio nome e capii subito che non mi ero sbagliato. Il giovane pratese era emozionato e vidi brillare nei suoi occhi il desiderio di agire: mi disse che sarebbe andato a Prato, che distava poche miglia, a parlare con degli amici e che sarebbe tornato di lì a poco; fu di parola, tornò presto e lo seguimmo a Prato, dove i suoi amici, con a capo l’avvocato Martini, avevano già fatto preparare una vettura che doveva portarci per la strada di Empoli, Colle, ecc., fino in Maremma: lì, con l’aiuto di altri bravi italiani, avremmo con tutta probabilità trovato qualche imbarcazione che ci avrebbe condotto in territorio ligure. [...]
Il nostro viaggio da Prato alla Maremma fu veramente singolare: percorremmo gran parte della strada in una vettura chiusa, facendo varie tappe per cambiare i cavalli, e in varie occasioni le soste furono piuttosto lunghe, avendo i cocchieri assai meno premura di noi, e così si dava modo ai curiosi di affollarsi intorno alla vettura; poi eravamo anche costretti a scendere per mangiare qualcosa, pur dovendo continuare a nascondere il fatto straordinario della nostra condizione. Nei piccoli paesi eravamo naturalmente oggetto della curiosità degli sfaccendati, che facevano mille ipotesi sulla nostra identità e chiacchieravano di continuo su questi sconosciuti, con tutti i sospetti inevitabili in quel periodo turbolento. A Colle in particolare, oggi paese patriottico e moderno, fummo circondati da una folla che non mancò di manifestare sospetti e avversione verso il nostro aspetto, che non era proprio quello di pacifici viaggiatori: vi fu qualche parolaccia e niente di più, e noi ovviamente mantenemmo la calma. [...]
Il primo rifugio sicuro, in prossimità della Maremma, fu a S. Dalmazio, in casa del dottor Camillo Serafini, uomo generoso, un vero patriota dotato di un coraggio e di una fermezza non comuni; da lì passammo presso un certo Guelfi, più vicino al mare, e in ogni luogo ricevemmo un’ospitalità degna della massima gratitudine. Nel frattempo i nostri bravi amici avevano preso contatto con un pescatore genovese affinché ci trasportasse in Liguria: un bel giorno vennero a cercarmi a casa Guelfi alcuni giovani maremmani, armati di doppietta come i cacciatori di Ravenna, ci diedero un’arma e ci condussero attraverso i boschi sulla sponda del mare, poche miglia ad est di Follonica, porto carbonifero, nel golfo di Sterlino. Là ci aspettava il peschereccio e c’imbarcammo commossi dalle prove di affetto che ci avevano dato i nostri giovani liberatori.
Com’ero fiero di essere nato in Italia! In questa terra di morti, fra questa gente che non lotta, come dicono nei paesi vicini: dove da secoli, una volta caduti dal trono da cui i nostri avi dominavano il mondo, questi arroganti confinanti, pur conoscendo la nostra indole, ci hanno imposto il rettile nero della teocrazia per umiliarci, infangarci e corromperci, affinché piegati e storditi non udissimo nemmeno il sibilo della verga a cui ci avevano condannato in eterno, come se il loro regno di pigmei dovesse durare per sempre mentre il tempo con sue fredd’ali spazzava via il gigante di tutte le grandi imprese, passate, presenti e future, ma che dalle proprie rovine risorge oggi sui sette colli. [...]
Veleggiamo verso l’isola d’Elba dove avremmo imbarcato attrezzi e provviste, e passammo un giorno e una notte a Porto Longone: di lì, costeggiando la Toscana, giungemmo alla rada di Livorno e senza fermarci proseguimmo verso ponente. Non avevo dubbi in merito alla pessima accoglienza che ci attendeva negli Stati Sardi, tanto che a Livorno pensai di chiedere asilo a bordo di un vascello inglese che era ancorato in rada: tuttavia prevalse il desiderio di rivedere i miei figli prima di lasciare l’Italia, dove non potevo più restare, e ai primi di settembre sbarcammo sani e salvi a Porto Venere. Da lì andammo a Chiavari, ospiti in casa di mio cugino Bartolomeo Pucci, di cui conservo un caro ricordo: fummo bene accolti sia dalla sua famiglia che dalla popolazione del paese e dai molti lombardi che si erano rifugiati lì dopo la battaglia di Novara.
Ma il generale La Marmora, allora commissario regio in Liguria, saputo del mio arrivo ordinò che fossi trasferito a Genova, scortato da un capitano dei carabinieri in incognito. Non trovai affatto strana questa decisione di La Marmora: era uno strumento della politica allora prevalente nel nostro paese, e anche personalmente ostile, per il suo carattere, nei confronti di chiunque fosse di fede repubblicana. Venni rinchiusi in una cella del Palazzo ducale, a Genova, e quindi di notte trasferito a bordo della fregata da guerra S. Michele: in entrambi i luoghi, comunque, fui trattato con rispetto, sia da La Marmora che dal cavalleresco comandante Persano ed io non chiesi altro che di poter andare a Nizza ad abbracciare i miei figli, per tornare poi a consegnarmi. La Marmora accettò la mia parola e acconsentì. [...]
Rivedere i miei figli, che ero costretto ad abbandonare chissà per quanto tempo ancora, mi addolorò immensamente: essi rimanevano con persone amiche, è vero: i due maschi con mio cugino Augusto Garibaldi, e Teresa con i coniugi Deidery, che le fecero da genitori. Ma dovevo allontanarmi per un tempo indefinito, sì, indefinito, perché mi chiesero di scegliere il luogo dell’esilio!
E qui non posso passare sotto silenzio la forte difesa verso la mia causa che svolsero i deputati della sinistra nel Parlamento piemontese: Baralis, Borella, Valerio, Brofferio. [...] Ma, come sempre, c’era un’insaziabile sete di sangue nel partito austro-clericale, vittorioso in tutta la penisola.
Scelsi Tunisi, perché la speranza di un non lontano futuro migliore per l’Italia mi faceva preferire un paese vicino: lì si trovavano un amico d’infanzia, un Castelli di Nizza, e un Fedriani mio grande amico dal ‘34 e come me allora ricercato. M’imbarcai dunque per Tunisi sul vapore da guerra Tripoli, ma in quella città, su pressioni della Francia, il governo non mi volle e fui portato indietro e lasciato nell’isola di Maddalena, dove restai una ventina di giorni. [...] Da lì fui imbarcato per Gibilterra sul brigantino da guerra Colombo: il governatore inglese mi diede sei giorni di tempo per lasciare la città: pur con tutto il giusto affetto che ho sempre avuto per quella nazione generosa, non posso nascondere che quel modo di comportarsi mi sembrò assai scortese, sciocco e indecoroso.

[...]

RITORNO ALLA VITA POLITICA

Nel febbraio 1859, per mezzo di La Farina, fui convocato a Torino dal conte di Cavour.
Il governo sardo, in quel periodo in trattative con la Francia e intenzionato far guerra all’Austria, stava avviando una politica tesa ad accattivarsi il popolo italiano: Manin, Pallavicino ed altri illustri italiani cercavano di avvicinare i settori democratici alla dinastia sabauda, per arrivare, col concorso della maggior parte delle forze nazionali, al raggiungimento di quell’unificazione italiana che per tanti secoli era stato il sogno delle menti migliori della penisola.
Ritenendo che io avessi mantenuto una qualche autorevolezza fra il popolo, il conte di Cavour, a quell’epoca onnipotente, mi chiamò nella capitale e naturalmente mi trovò favorevole alla sua idea di far guerra al nemico secolare dell’Italia: non m’ispirava fiducia il suo alleato, è vero, ma come fare?, bisognava subirlo. [...]
È umiliante, ma occorre ammetterlo: con la Francia come alleata si poteva aprire tranquillamente le ostilità, ma senza di essa neanche per sogno! Questa almeno era l’opinione della maggioranza di quei figli degeneri di un grandissimo popolo: e tutto per non sapere, o non volere, utilizzare le forze nazionali a disposizione, e per il fatto che la causa del nostro paese era sempre in mano ai disonesti o alla casta dei parolai, abituati ad argomentare con lunghe chiacchiere e a non agire energicamente. [...]
A Torino vidi solo Cavour. L’idea che il Piemonte muovesse guerra all’Austria non era nuova per me e nemmeno quella di mettere a tacere le mie convinzioni pur di fare l’Italia: quel programma era lo stesso che avevamo al momento di partire da Montevideo e quando questa bella decisione di Manin e Pallavicino di unificare l’Italia con Vittorio Emanuele mi fu comunicata a Caprera, mi trovò della stessa opinione politica. E non fu tale anche quella di Dante, di Machiavelli, di Petrarca e di tanti altri nostri grandi?
Poso dire con orgoglio: fui e sono repubblicano, ma al tempo stesso non ho mai pensato che il sistema democratico potesse essere l’unico possibile, tanto da imporlo con la forza; in un paese libero, dove la maggioranza vuole giustamente la repubblica, il sistema repubblicano è certamente il migliore; trovandomi, come mi accadde a Roma nel 1849, a dover esprimere il mio voto lo darei sempre a quel sistema e farei in modo di convincere più persone possibili. Ma se non è possibile la repubblica, almeno per ora (1859), sia per la corruzione che oggi domina la società, sia per la solidità di cui ancora godono le monarchie, e se si offre l’opportunità di unire la penisola con l’accordo tra le forze dinastiche e quelle popolari, io aderisco comunque con la massima convinzione.
Dopo pochi giorni di permanenza a Torino, dove dovevo servire di richiamo per i volontari italiani, capii subito con chi avevo a che fare e cosa si voleva da me: me ne addolorai, ma cos’altro potevo fare? Accettai il male minore: non potendo fare la cosa migliore, almeno si poteva fare qualcosa per il nostro paese infelice.
Garibaldi doveva fare capolino, apparire e non apparire: che i volontari sapessero che egli era a Torino, ma che non si mettesse troppo in luce per non danneggiare le manovre diplomatiche. Che situazione!
Far accorrere i volontari, possibilmente tanti, ma comandarne il minor numero possibile, e magari quelli meno adatti alle armi. I volontari accorrevano, eppure non dovevano vedermi: si formarono due punti di raccolta, a Cuneo ed a Savigliano, ma io fui relegato a Rivoli, verso Susa. La direzione e l’organizzazione dei corpi, che formarono il primo ed il secondo reggimento, base ed orgoglio dei Cacciatori delle Alpi, fu affidata al generale Cialdini: Cosenz ebbe il comando di quello di Cuneo, Medici di quello di Savigliano, ed entrambi erano ottimi ufficiali; a Savigliano si formò anche un terzo reggimento, comandato da Arduino e formato da volontari, che però, a causa del comandante, non si comportò bene come i primi due.
Una commissione d’arruolamento, istituita a Torino, sceglieva i giovani migliori e più adatti, dai 18 ai 26 anni, per i corpi di linea, mentre quelli troppo giovani o troppo anziani, o scadenti, venivano inviati ai corpi volontari. Per quanto riguarda gli ufficiali ci fu maggior senso pratico e si ebbe il buon senso di accettare la maggior parte di quelli proposti da me: non erano tutti di carriera, ma quasi tutti furono adeguati alle mie aspettative, degni della causa che si propugnava.
In quei primi tempi il governo abbozzò vari progetti: il primo prevedeva che io operassi verso il confine dei Ducati e avrebbe prodotto ottimi risultati, però ben presto fu modificato, senza dubbio per il timore che io entrassi in contatto con popolazioni che avrebbero potuto rafforzare troppo i corpi volontari, e fui destinato all’estrema sinistra dell’esercito regolare. Comunque mi era cara la prospettiva di rivedere la terra lombarda e la sua gente, così martoriate dalla tirannide straniera. Da principio mi promisero le truppe di frontiera e credo che nessuno abbia pensato ai sottufficiali, comunque non ebbi né gli uni né gli altri, anzi, dato che accorrevano molti volontari, per paura che ne avessi troppi si chiamò il generale Ulloa per formare il gruppo dei Cacciatori degli Appennini: avrebbero dovuto raggiungermi ma per tutta la guerra non li vidi mai.
Il generale La Marmora, Ministro della Guerra, che si era sempre opposto al reclutamento dei volontari, si rifiutò di riconoscere i gradi dei miei ufficiali, e quindi, per dare una qualche legittimità a quei reietti, si ricorse all’espediente di consegnare loro degli attestati firmati dal ministro dell’Interno e non da quello della Guerra. Sopportavamo ogni cosa in silenzio: bisognava lottare per l’Italia e combattere gli oppressori dei nostri fratelli.
La situazione politica si evolveva rapidamente: i comportamenti arroganti dell’Austria facevano sembrare prossimo l’inizio del conflitto e ciò dava impulso all’armamento dei volontari, la cui organizzazione procedeva sotto la direzione del generale Cialdini.
L’ingresso degli austriaci nel territorio piemontese non ci trovò pronti, ma comunque disposti a batterci. Fummo destinati sulla riva destra del Po, a Brusasco, sull’estrema destra della divisione Cialdini che aveva il compito di difendere la linea della Dora Baltea e lo stradale che da Brusasco porta a Torino; il ministero aveva inviato alcuni cannoni al vecchio castello di Varrene per controllare, si diceva, la strada da Vercelli a Torino: ebbi ordine di occupare e difendere questa posizione, cosa che però avrebbe intralciato i miei movimenti se il nemico fosse avanzato. Comunque sia, eravamo lanciati verso la liberazione della nostra Italia, il sogno di tutta la vita! Io e i miei giovani compagni aspettavamo con ansia l’ora del combattimento, come il fidanzato aspetta l’ora di incontrasi con la sua amata. [...]
Passammo alcuni giorni a Brusasco, a Brozolo, a Pontestura: quelle prime marce servirono ad allenare i soldati e si approfittava delle soste per addestrarli ai vari compiti di avamposto, di pattuglia, ecc.. Essendo stato chiamato il generale Cialdini alla difesa di Casale, fummo ai suoi ordini. Facemmo una sortita e vedemmo gli austriaci per la prima volta: i nemici portarono un finto attacco alle posizioni esterne di quella piazza e il secondo reggimento agli ordini di Medici diede prova di cosa sarebbero stati capaci i Cacciatori delle Alpi, caricando coraggiosamente e mettendo in fuga gli austriaci: in quell’occasione si distinsero il capitano De Cristoforis ed il sergente Guerzoni, poi sottotenente.
Lo stesso giorno, poco prima dello scontro, ero stato chiamato dal re al suo quartier generale di S. Salvatore: mi ricevette cordialmente e mi diede istruzioni con l’ampia facoltà di andare a coprire la capitale se ci fosse stato il rischio di un improvviso attacco nemico e, una volta venuto meno quel pericolo, di dirigermi verso la destra dell’esercito austriaco. Tornai quindi verso Torino fino a Chivasso: fra gli ordini ricevuti per iscritto dal re c’era quello di radunare ai miei ordini tutti i volontari rimasti nei vari centri di raccolta ed il reggimento dei Cacciatori degli Appennini, composto da giovani venuti da ogni parte d’Italia: a proposito dei Cacciatori scrissi a Cavour ma con vari pretesti non si decise mai a inviarmeli, ed ebbi la conferma che non si voleva che i soldati al mio comando aumentassero. Vecchia storia, cominciata a Milano nel 1848 da Sobrero, continuata a Roma da Campello quando aveva ordinato che i miei uomini non avrebbero dovuto superare i cinquecento, e proseguita da Cavour che limitava a tremila i miei effettivi. I reggimenti erano composti da sei battaglioni, ciascuno di 600 uomini, per un totale di 3.600, ma tra quelli malati e quelli debilitati dalle marce, prima di passare il Ticino si erano ridotti a 3.000.
Il re, se non avesse avuto il difetto di essere tale, e questo gli attribuisce molte colpe, non era certo peggiore rispetto a quelli che lo attorniavano nel ‘59; inviò un secondo ordine di marciare in direzione del Lago Maggiore per operare sulla destra dell’esercito austriaco: alla combriccola non piacque, ma a me sì, e molto, perché mi trovavo libero di manovrare e ciò valeva come un tesoro. Mi congedai, dunque, dal mio vecchio generale, a cui già mi legava un vero affetto, e marciai fino a Chivasso e poi a Biella. L’accoglienza cordiale e simpatica dei biellesi alla mia gente fu di buon augurio, e dopo un paio di giorni in quella città proseguimmo per Gattinara: da Novara, avendo sentito che mi rivolgevo in quella direzione, gli austriaci inviarono una ventina di soldati per tagliare le corde del ponte della Sesia, ma una nostra postazione glielo impedì a fucilate.
Non è fuori luogo accennare qui a un fatto vergognoso per noi italiani e che non bisognerebbe permettere. Preceduti dal terrore che avevano saputo diffondere, i dominatori dell’Italia estorcevano dalla gente quello che volevano, prova ne sia quanto avvenne: e stupisce oltremodo essendo accaduto tra le forti popolazioni subalpine, di solide tradizioni militari, che da tempo avevano un brillante esercito. Lo stesso plotone che era stato inviato a tagliare la corda del porto, non essendoci riuscito ritornò verso Novara, e per non fare il viaggio del tutto a vuoto requisirono non so quanti viveri, ed i carri per il trasporto: si avviarono così, sbronzi, percorrendo almeno quindici miglia in un territorio straniero densamente popolato da gente forte e decisa senza che a un solo italiano venisse l’estro di tirare una pietra a quell’accozzaglia di ubriachi. Una cosa così umiliante non dovrebbe verificarsi! Ma succede perché i preti hanno insegnato ai contadini che i nemici dell’Italia non sono gli austriaci ma noi liberali scomunicati! E il governo, per grazia di Dio, protegge i preti! Dieci giovani di quei luoghi che avessero deciso di attaccare quegli invasori a bastonate, li avrebbero disarmati e uccisi: ma tanto possono lo sconforto e la menzogna seminati tra la gente, che rimane fiaccata per quanto sia forte e coraggiosa, quella stessa gente che poi, in caso di bisogno, fornisce soldati che se ben guidati sono tra i migliori del mondo.
Passata la Sesia ci dirigemmo verso Borgomanero e arrivato lì diedi le varie disposizioni per attraversare il Ticino; [...] a Castelletto trovai le barche pronte subito sotto al paese, feci passare il secondo reggimento col colonnello Medici, mentre gli altri uomini restarono sulla riva destra; il trasferimento fu effettuato ordinatamente, eccettuato il fatto che le barche, essendo appesantite dal carico e quindi difficilmente manovrabili, non approdarono tutte nello stesso punto: alcune venivano spinte troppo a valle dalla corrente e ciò provocò qualche ritardo nel riunire il reggimento sulla riva lombarda.
Finalmente potemmo dirigere verso Sesto Calende, dove prendemmo prigionieri alcuni gendarmi e predisponemmo il porto in cui venne completato l’attraversamento del resto della brigata: era, credo, il 17 maggio 1859.
Eravamo in terra lombarda! Al cospetto della potenza che da dieci anni preparava il suo esercito vittorioso, che riteneva invincibile, a compiere quello che non era riuscito a fare a Novara: forse sognando piacevolmente di ficcare le unghie della propria aquila sull’intera penisola.
Eravamo in tremila, con poco equipaggiamento avendone lasciato la gran parte a Biella: i carri avevano ricevuto ordine di fermarsi in Piemonte, poco distanti dai depositi di munizioni, ed i muli erano stati procurati dal bravo ed instancabile Bertani, capo chirurgo. Da Sesto Calende durante la notte condussi la brigata a Varese, mentre Bixio, col suo battaglione, marciò sulla riva del Lago Maggiore verso Laveno, con l’ordine di fermarsi sullo stradale che da quel punto porta a Varese. De Cristoforis rimase a Sesto con la sua compagnia per garantire le comunicazioni col Piemonte: questo valoroso ufficiale fu il primo, come lo fu a Casale, a scontrarsi col nemico: pensando che fossimo a Sesto, gli austriaci inviarono lì in ricognizione un forte reparto e vi trovarono la sola compagnia di De Cristoforis, il quale non badò al numero dei nemici, si batté con decisione e dopo una battaglia onorevole ripiegò verso il distaccamento di Bixio; così eravamo restati d’accordo, perché ero del tutto consapevole che non potevamo tenere l’importantissima posizione di Sesto con forze così ridotte. Gli austriaci, però, con la loro tipica prudenza, non tennero quel punto strategico e tornarono a Milano.
Nel frattempo le popolazioni lombarde si animavano, anche se non c’era da attendersi una di quelle insurrezioni decisive: troppe erano state le disillusioni e le sofferenze: i giovani più coraggiosi si trovavano con l’esercito austriaco, col nostro, in esilio, o coi volontari, tuttavia ero contento anche di quelli che ci accoglievano, per le premure che ci usavano nel fornirci aiuto ed informazioni sui movimenti nemici; soprattutto le donne, poi, si prodigavano a curare i nostri feriti. L’accoglienza ricevuta a Varese quella notte è qualcosa che difficilmente si può descrivere: pioveva a dirotta, eppure non credo che mancasse un solo abitante, uomo, donna o ragazzo, al nostro arrivo, ed era uno spettacolo commovente vedere soldati e civili stretti in un unico delirante abbraccio; le donne e le ragazze, lasciando da parte il consueto pudore, si lanciavano al collo dei rudi soldati con ardore febbrile. Non tutti i miei soldati, in ogni modo, erano rozzi, dato che molti di loro appartenevano a stimate famiglie della Lombardia o di altre province, ma erano comunque tutti italiani, legati dal sacro giuramento per la patria, come a Pontida. [...]
Eravamo in una città amica e piena di entusiasmo, e che, compromessa com’era, dovevamo difendere: tuttavia di fronte all’immenso esercito austriaco con tremila uomini si può difendere ben poco, oltre al fatto che, dovendo badare alla difesa di una città, perdevamo quella capacità di manovrare, in modo imprevedibile e segreto, che costituiva la nostra risorsa più preziosa sul fianco dell’avversario. Varese ha delle posizioni forti, come ad esempio Bium, e avrebbe potuto essere ben protetta se vi fossero state delle fortificazioni, che però mancavano: erigemmo delle barricate alle entrate principali della città e alcuni cittadini si armarono coi fucili che essi stessi avevano preso ai nemici.
Urban era il generale austriaco destinato al nostro sterminio: le prime notizie che ebbi su quel feroce nemico erano che comandava addirittura quarantamila uomini, e con nemici di stanza a Laveno e un reggimento in marcia da Milano c’era proprio da avere i brividi. [...]
La mattina del 25 maggio fu avvistata la colonna nemica che avanzava su Varese lungo lo stradale di Como: il capitano Nicolò Suzini, che con la sua compagnia era stato inviato a tendere un’imboscata a circa un miglio dalla città, in un casolare di campagna che dominava lo stradale, ricevette il nemico con grande bravura; dopo averlo tenuto a bada per un pezzo a fucilate, da distanza ravvicinata, si ritirò sulla nostra destra, e a quel punto Urban formò la sua colonna per l’attacco: facendola precedere da alcune linee di tiratori la lanciò sulla nostra sinistra, e fu accolta con sangue freddo dai veterani, sostenuti dal battaglione Marrocchetti. Lo scontro durò poco: dopo averli ricevuti sparando a bruciapelo, i prodi cacciatori del secondo reggimento, incitati da Medici e Sacchi, saltarono fuori dai ripari e caricarono alla baionetta, facendo rifare agli austriaci la strada da cui erano venuti, ma assai più in fretta.
Mi ero immaginato che l’attacco non si sarebbe limitato solo al fronte della nostra ala sinistra, perché, secondo tutte le regole, per dare l’assalto ad una posizione come quella di Varese sarebbe stato necessario fare una diversione sullo stradale e concentrare il grosso delle forze sulla parte opposta, a nord di Bium, dove il terreno offre una posizione dominante. Urban, invece, prese il toro per le corna, e tanto meglio per noi, perché, pochi come eravamo, avevamo bisogno di non essere distratti da attacchi combinati in tanti punti diversi e in più anche dalla parte di Milano dove c’erano considerevoli forze nemiche. Avevo fissato il mio quartier generale sopra Bium, in una posizione dominante, preziosa per tenere sotto controllo tutto il campo di battaglia, e potevo osservare perfettamente ogni movimento, sia nostro che del nemico: verso nord, dove non riuscivo a vedere, inviai in esplorazione il capitano Simonetta con le sue guide, di cui mi fidavo ciecamente.
Sicuro che l’attacco si svolgesse unicamente sul nostro fronte sinistro, scesi da Bium e feci seguire gli spostamenti del nemico, ordinando che il resto della brigata continuasse a muoversi regolarmente: con i due pezzi di artiglieria che avevano già usato a Varese ed un plotone di cavalleria di scorta, i nemici si fermavano ad ogni buona posizione, ma si ritiravano al primo apparire dei nostri, che pure erano in difficoltà dovendo fronteggiare senza cannoni e cavalleria un avversario dotato di tutte e tre le armi. Solo a S. Salvatore, dopo Malnate, gli austriaci fecero resistenza e si svolse un accanito combattimento a fucilate in cui si distinsero i coraggiosi carabinieri genovesi: i nemici erano da una parte di un burrone perpendicolare alla strada e i nostri dall’altra, ed avemmo più feriti che nel primo scontro, essendo lì gli austriaci in posizione dominante e protetti da un folto bosco. Il nemico, imbaldanzito da quel vantaggio e dal fatto di avere sia cannoni sia fucili migliori dei nostri, fece avanzare sulla nostra sinistra un corpo di fanti che ci caricò energicamente facendoci indietreggiare molto: i nostri però tenevano una cascina che sovrastava tutto il campo di battaglia e quando ricevettero rinforzi caricarono a loro volta con tanto vigore da cacciare il nemico giù nel burrone, da cui non si vide uscire più nessuno.
La posizione austriaca al di là del burrone restava inattaccabile, quindi pensavo di aggirarla: non era impossibile, dato che tenevamo quella cascina in alto da cui, quasi al coperto, potevamo oltrepassare la parte superiore del dirupo senza che ce lo potessero impedire; stavo per dare l’ordine quando arrivò come un fulmine la notizia che una forte colonna nemica, sulla nostra sinistra, marciava su Varese: rimasi frastornato e mi chiesi se allora la ritirata di Urban non fosse stato altro che uno stratagemma. Ero davvero contrariato e ordinai al colonnello Cosenz, che comandava la riserva, di andare subito a Varese, occuparla militarmente e resistere a oltranza. Feci avanzare la brigata sulle alture di sinistra per ingannare il nemico, che non poteva sapere se puntavamo ad aggirarlo, e quando fummo al riparo della montagna girammo a sinistra per un sentiero e di lì marciammo verso Varese senza perdere tempo. Restava sempre la minaccia della colonna nemica in marcia sulla città, che era stata vista non solo da contadini e soldati ma anche da ufficiali superiori, ma una volta arrivati a Varese la notizia perse consistenza e svanì tra le acclamazioni popolari, come una nuvola nera scacciata dall’entusiasmo cittadino. [...]
Tutti i feriti, italiani e austriaci, furono raccolti e portati in città: i prigionieri avrebbero potuto meritatamente pagare col sangue quello versato dai nostri che erano stati assassinati, Ugo Bassi, Ciceruacchio e tanti altri, ed invece furono trattati con cura forse maggiore di quella riservata ai nostri stessi soldati. Non importa, l’Italia fa bene ad essere umana coi propri carnefici: il perdono è prerogativa dei grandi e l’Italia sarà grande, quando sarà libera dalla nera e schifosa genia dei gesuiti e dei gesuitanti!
Con tutta la brigata procedemmo dunque verso Varese, per far riposare la nostra gente, molto stanca. Fu questa la prima battaglia dei Cacciatori delle Alpi, che dimostrarono un coraggio superiore a tutte le aspettative: soldati giovani, che per la maggior parte non avevano mai combattuto, avevano affrontato truppe regolari abituate a disprezzare gli italiani e le avevano sempre messe in fuga: questa prima vittoria mi sembrò di buon auspicio.
Le nostre perdite, rispetto a quelle nemiche, erano state numericamente insignificanti, ma importanti considerando il tipo di uomini che perdevamo, perché la maggior parte dei soldati ai miei ordini erano giovani di famiglie illustri: questo era il meno, dato che il tributo alla patria lo devono pagare sia gli altolocati che i proletari, il fatto è che tra loro, come semplici soldati, c’erano delle vere celebrità artistiche. Bella e cara gioventù, speranza dell’Italia, che nell’avventurosa leggenda del suo risorgimento doveva dare gli uomini che fecero Calatafimi, Monterotondo e Digione. Tra i feriti non si udiva un lamento e se si udiva qualche grido fra chi veniva operato dal chirurgo quello era "Viva l’Italia!": e quando un popolo arriva a questo punto, le tiare papali, le prepotenze dello straniero e la tirannide interna possono far fagotto. Tra i morti c’era pure un figlio, il primo che perse, dell