CAMPAGNA
DI SICILIA
Sicilia! Terra di prodigi e di uomini prodigiosi, un affetto filiale mi
spinge a consacrarti queste prime parole di un periodo glorioso!
Tu, madre degli Archimedi, porti nella tua storia luminosa due impronte
che si cercano invano nella storia dei più grandi popoli, due impronte
del coraggio e dell’intelligenza; la prima è che non vi è
tirannide, per quanto robusta possa essere, che non possa essere rovesciata
nella polvere dall’eroismo di un popolo: i tuoi immortali Vespri!
La seconda appartiene al genio di due ragazzi che dimostrano quanto siano
potenti le scoperte della mente umana nelle sterminate regioni dell’Infinito.
Ancora una volta, Sicilia, hai dovuto risvegliare chi dormiva, strappare
dal letargo gli addormentati dalla diplomazia e dalla religione, coloro
che affidano ad altri la salvezza della patria. [...]
Com’erano belli i tuoi Mille, Italia! Combattendo contro gli sgherri
adorni di piume e di galloni dorati, cacciandoli via come pecore. Belli
nei loro vestiti più diversi, con l’abito e il cappello dello
studente, con la veste più modesta del muratore, del carpentiere,
del fabbro.
Ero a Caprera quando mi giunsero le prime notizie di sommovimenti a Palermo:
notizie incerte su un’insurrezione che si dava ora in espansione
ora stroncata sul nascere, ma le voci insistenti continuavano a parlare
di un movimento che, represso o no, c’era stato.
Ne fui informato dagli amici del continente: mi si chiedevano le armi
ed i mezzi del Milione di fucili, il nome che avevamo dato ad una sottoscrizione
per l’acquisto di armi. Rosolino Pilo e Corrao si stavano preparando
a partire per la Sicilia, ma in mancanza di notizie più precise
li sconsigliavo, consapevole delle intenzioni di chi reggeva le sorti
dell’Italia settentrionale e ancora pieno di scetticismo per i recenti
avvenimenti degli ultimi mesi del ‘59. Gettavo il mio ghiaccio di
cinquantenne sul potente entusiasmo dei venticinque anni, ma era scritto
sul libro del destino: il ghiaccio, la dottrina, la pedanteria seminavano
inutilmente di ostacoli la strada su cui marciava il futuro italiano!
Io consigliavo di non fare, ma, per Dio!, si agiva, e qualche vaga notizia
riferiva che l’insurrezione della Sicilia non si era spenta. Io
consigliavo di non fare? Ma l’italiano non dev’essere dove
un altro italiano combatte per la causa nazionale contro la tirannide?
Lasciai Caprera per Genova, e nelle case dei miei amici Augier e Coltelletti
si discuteva della Sicilia e dei nostri programmi: a Villa Spinola, in
casa dell’amico Augusto Vecchi, si cominciò a fare i preparativi
per una spedizione, e Bixio ne fu certamente il principale artefice, perché
il suo coraggio, il suo impegno, la sua pratica delle cose di mare e di
Genova, sua città natia, servirono ad agevolare immensamente ogni
cosa.
Crispi, La Masa, Orsini, Calvino, Castiglia, gli Orlandi, Carini, ecc.,
tra i siciliani, erano entusiasti dell’impresa, e così Stocco,
Plutino, ecc., calabresi: fra tutti avevamo deciso che, comunque sia,
se i siciliani si stavano battendo bisognava partire, indipendentemente
dalle probabilità di successo. Alcune informazioni negative per
poco non riuscirono a farci desistere: un telegramma inviato da Malta
da un amico degno di fede annunciava che tutto era perduto e che i reduci
della rivoluzione siciliana si erano rifugiati su quell’isola, così
rinunciammo quasi del tutto. Bisogna dire, tuttavia, che i siciliani che
ho appena menzionato non persero mai fiducia e che, guidati dal bravo
Bixio, erano ancora decisi a tentare la sorte, almeno per verificare direttamente
in Sicilia come stavano le cose.
Intanto il governo di Cavour cominciava a tessere quella rete di intralci
e di obiezioni che ostacolarono fino all’ultimo la nostra impresa.
Gli uomini di Cavour non potevano dire "Non vogliamo una spedizione
in Sicilia": l’opinione pubblica li avrebbe giudicati malissimo
e la loro fragile popolarità, conquistata col denaro della nazione
e comprando uomini e giornali, probabilmente ne sarebbe uscita distrutta.
Io, dunque, potevo fare qualcosa per i fratelli della Sicilia che combattevano,
senza molti rischi di essere arrestato da quei signori e confortato dalla
generosa solidarietà della gente, assai commossa dal coraggio degli
isolani. La disperazione e la ferrea decisione degli uomini del Vespro
potevano da soli far procedere l’insurrezione; Farina, che aveva
avuto da Cavour il mandato di sorvegliarci, non aveva alcuna fiducia in
quell’impresa e per dissuadermi si valeva della sua conoscenza del
popolo siciliano, essendo lui stesso nativo dell’isola, ed aggiungeva
che gli insorti, avendo perso Palermo, erano perduti in ogni caso. Ma
una notizia di fonte governativa, da lui stesso comunicataci, contribuì
a rafforzare il nostro proposito di agire.
A Milano c’erano circa quindicimila buoni fucili e, soprattutto,
fondi consistenti; a capo di Milione di fucili c’erano Besana e
Finzi, sui quali si poteva contare. Besana, da me chiamato a Genova, portò
del denaro e a Milano aveva dato disposizione perché ci fossero
inviati i fucili, le munizioni ed il resto dell’equipaggiamento
militare; nello stesso tempo Bixio trattava con Fauché, della direzione
dei vapori Rubattino, per il viaggio in Sicilia. Le cose non andavano
male: grazie al lavoro di Fauché e Bixio, e allo slancio generoso
della gioventù italiana, che accorreva da ogni parte, in pochi
giorni ci trovammo in condizione di prendere il mare, quando un incidente
inatteso non solo ritardò tutto ma rese praticamente impossibile
il nostro piano.
Coloro i quali dovevano ritirare i fucili a Milano trovarono sulla porta
del deposito i carabinieri reali, che intimarono di non toccare neanche
un’arma! Era un ordine di Cavour e ciò non mancò di
contrariarci, senza peraltro farci desistere del tutto: allora, non potendo
contare sulle nostre armi, cercammo di acquistarne altrove, e La Farina
offrì mille fucili a ottomila lire; accettai senza rancore quella
generosità pelosa delle vecchie volpi altolocate e così,
privi delle nostre ottime armi, restate a Milano, fummo costretti a servirci
dei pessimi fucili di La Farina, e i miei compagni di Calatafimi potranno
raccontare che con questi si trovarono a fronteggiare le eccellenti carabine
borboniche in quell’eroica battaglia.
Tutto questo ritardò la nostra partenza e quindi dovemmo rimandare
indietro molti volontari, sia perché il loro numero diventava eccessivo
rispetto agli scarsi mezzi di trasporto sia perché volevamo evitare
di insospettire troppo le polizie, comprese quella francese e quella sarda.
Ma la decisa volontà di agire e di non abbandonare i nostri fratelli
siciliani superò ogni ostacolo.
Richiamammo i volontari che erano stati destinati per la spedizione e
questi accorsero immediatamente, soprattutto dalla Lombardia, mentre i
genovesi erano rimasti pronti; le armi, le munizioni, i viveri, e i pochi
bagagli vennero caricati a bordo di piccole barche. Furono fissati due
vapori, il Lombardo ed il Piemonte, comandati il primo da Bixio ed il
secondo da Castiglia, e nella notte tra il 5 ed il 6 maggio uscirono dal
porto di Genova per imbarcare gli uomini in attesa, parte alla Foce e
parte a Villa Spinola. Alcune difficoltà, inevitabili in questo
genere di azioni, non mancarono: salire a bordo di due vapori ormeggiati
sotto la darsena del porto di Genova, prendere sotto controllo gli equipaggi
e costringerli a collaborare coi predatori, accendere le caldaie, prendere
il Lombardo a rimorchio del Piemonte, con questo che era pronto contrariamente
al primo, il tutto sotto uno splendido chiaro di luna, è più
facile da descrivere che a fare concretamente, e furono necessari molto
sangue freddo, abilità e fortuna.
I due siciliani Orlando e Campo, entrambi macchinisti, furono di enorme
aiuto in quella circostanza, e all’alba tutto era a bordo; la tensione
per il pericolo corso, per l’avventura che stava iniziando e per
la consapevolezza di servire la sacra causa della patria, era impressa
sui volti dei Mille: erano mille, quasi tutti Cacciatori delle Alpi, quegli
stessi che Cavour alcuni mesi addietro aveva abbandonato in Lombardia
alle spalle degli austriaci ed ai quali aveva rifiutato di mandare i rinforzi
decisi dal re; quegli stessi Cacciatori delle Alpi che, quando erano necessari,
si ricevevano al Ministero della Guerra come fossero appestati, e come
tali poi si mandavano via, gli stessi mille che per due volte si presentarono
a Genova, per andare incontro ad un sicuro pericolo, e che si presenteranno
sempre quando si tratti di unire l’Italia, senz’altra guida
che la loro coscienza.
Erano davvero belli quei giovani veterani della libertà italiana,
ed io ero talmente orgoglioso della loro fiducia che mi sentivo capace
di qualsiasi impresa.
IL
CINQUE MAGGIO
O notte del 5 maggio, bella, tranquilla, solenne, che fa palpitare le
anime generose di chi si lancia verso la lotta di liberazione degli schiavi!
Tali erano i Mille, raccolti silenziosamente sulle spiagge orientali della
Liguria, consapevoli della grande impresa, fieri di essere stati scelti
dal destino, malgrado i pericoli e il rischio di morire. [...]
Hanno forse ricevuto l’ordine da un re per liberare un popolo affamato?
No, essi accorrono in Trinacria perché i Picciotti, discendenti
del fierissimo popolo dei Vespri, hanno giurato di morire piuttosto che
restare schiavi. [...]
I due piroscafi arrivarono nella rada di Quarto e l’imbarco fu eseguito
rapidamente, dato che gli appositi gozzi erano già stati predisposti.
[...]
CALATAFIMI
L’alba del 15 maggio ci trovò in buon ordine sulle alture
di Vita e poco dopo il nemico usciva in colonna da Calatafimi diretto
verso di noi. I colli di Vita sono appunto fronteggiati dalle alture del
"pianto dei Romani", e queste dalla città salgono in
dolce declivio, così che il nemico le poté risalire facilmente
occupandole tutte, mentre le stesse alture dalla parte di Vita sono assai
scoscese.
Dalle colline opposte, a sud, dove eravamo, avevo potuto individuare esattamente
tutte le posizioni dei borbonici, mentre questi potevano appena vedere
la linea di tiratori, formata da carabinieri genovesi agli ordini di Mosto,
che coprivano il nostro fronte dato che tutte le nostre altre compagnie
erano più indietro; la nostra scarsa artiglieria era sulla sinistra,
sullo stradale, agli ordini di Orsini, che comunque fece dei buoni tiri.
Insomma, sia noi che il nemico tenevamo delle ottime posizioni, le une
di fronte alle altre, e separate da un terreno spazioso con pianure ondulate
e poche cascine, e quindi la cosa più vantaggiosa era attendere
l’assalto degli altri sulle proprie posizioni.
I borbonici, circa duemila uomini con alcuni cannoni, vedendo pochi dei
nostri, privi di uniformi e mescolati a gente del posto, avanzarono baldanzosi
con alcuni reparti di bersaglieri sostenuti da due pezzi di artiglieria:
giunti a tiro cominciarono a far fuoco con le carabine e i cannoni, continuando
ad avanzare. L’ordine tra i Mille era di non sparare e di aspettare
che il nemico si avvicinasse: comunque, da un reparto di coraggiosi liguri,
che avevano già un morto e vari feriti, si levò uno squillo
di tromba, una sveglia americana, che come per incanto bloccò il
nemico; questi capì che non aveva a che fare con le sole squadre
di picciotti ed accennò un movimento all’indietro: fu la
prima paura che sentirono i soldati del dispotismo al cospetto dei filibustieri.
I Mille suonarono la carica, e partirono con alla testa i carabinieri
genovesi ed un reparto scelto di giovani impazienti di combattere: l’intenzione
era quella di mettere in fuga l’avanguardia nemica e di catturare
i due cannoni, cosa che fu fatta con uno slancio degno dei campioni della
libertà italiana, e non di attaccare frontalmente le formidabili
posizioni nemiche, ma chi poteva più fermare quei focosi ed eroici
volontari una volta lanciati contro il nemico? Le trombe suonarono invano
l’alt, i nostri non le udirono o fecero come Nelson nella battaglia
di Copenhaguen, ed incalzarono a baionetta l’avanguardia nemica
sino a spingerla in mezzo al grosso delle truppe; non c’era tempo
da perdere, altrimenti quel pugno di prodi sarebbe stato annientato: suonò
la carica generale e l’intero corpo dei Mille, accompagnato da alcuni
coraggiosi siciliani e calabresi, avanzò rapidamente. Il nemico
aveva abbandonato il piano, ma, ritiratosi sulle alture, dove aveva anche
le riserve, mantenne le posizioni con una tenacia ed un valore degni di
miglior causa.
La parte più pericolosa dello spazio che dovevamo percorrere era
la vallata pianeggiante che ci separava dal nemico, dove piovevano fucilate
e proiettili di artiglieria che ferirono un bel po’ di gente: arrivati
ai piedi del monte Romano eravamo quasi al coperto ed i Mille, alquanto
diminuiti di numero, si unirono alla loro avanguardia. Il momento era
assolutamente decisivo: bisognava vincere, e con tale determinazione cominciammo
a salire su per la prima banchina, sotto una grandine di fucilate; non
ricordo il numero, ma certo erano diverse le banchine da superare prima
di arrivare in cima ed ogni volta che si saliva dall’una all’altra
lo si doveva fare allo scoperto, sempre sotto un fuoco tremendo. L’ordine
di sparare poco era conseguente al tipo di catenacci che ci aveva regalato
il governo sardo, e infatti quasi tutti facevano cilecca: qui fu prezioso
il ruolo svolto dai valorosi figli di Genova, che con le loro buone carabine
ed esercitati al tiro sostenevano l’onore delle armi; e ciò
serva di incoraggiamento alla gioventù italiana affinché
si eserciti e si persuada che sui campi di battaglia oggi non basta il
coraggio, bisogna anche essere esperti, e molto, nel maneggiare le armi.
Calatafimi! Se io, soldato di cento battaglie, in punto di morte sorriderò
per l’ultima volta, sarà per orgoglio, perché ti ricorderò.
Non rammento, infatti, battaglia più gloriosa! Come potrò
dimenticare quel gruppo di giovani che, per paura che venissi ferito,
mi circondavano facendo scudo col proprio corpo? Se scrivendo mi commuovo
ne ho ben donde! Non è forse mio dovere ricordare all’Italia
i nomi di quei valorosi caduti? Montanari, Schiaffino, Sartorio, Nullo,
Vigo, Tuckery, Tadei, e i tanti che purtroppo non ricordo.
Come ho già detto, il pendio meridionale del monte Romano che dovevamo
risalire era formato da quelle banchine usate dagli agricoltori nei paesi
montani: si arrivava rapidamente sotto l’argine di una di esse ricacciando
indietro il nemico e ci si riposava per riprendere fiato e prepararsi
al nuovo assalto, coperti dall’argine stesso; procedendo così
guadagnavamo una banchina dopo l’altra, fino alla cima, dove i borbonici
fecero un ultimo sforzo e la difesero coraggiosamente, al punto che molti
soldati nemici, una volta finite le munizioni, ci scaraventarono delle
pietre. Finalmente partimmo con la carica finale: i più coraggiosi
dei Mille, serrati in massa sotto l’ultimo riparo, dopo aver ripreso
fiato, misurando ad occhio lo spazio da percorrere ancora per incrociare
le baionette col nemico, si avventarono come leoni, con la sicurezza della
vittoria e la consapevolezza della grande causa per cui combattevano.
I borbonici non riuscirono a sostenere la terribile pressione dei forti
campioni della libertà, fuggirono e non si fermarono che a Calatafimi,
distante alcune miglia dal campo di battaglia.
Interrompemmo l’inseguimento a poca distanza dalla città,
situata in posizione fortissima. Combattendo, bisogna vincere: è
un assioma vero in tutte le circostanze, ma soprattutto all’inizio
di una campagna; quella vittoria, benché di poco valore per quanto
riguarda il bottino, dato che avevamo preso un cannone, pochi fucili e
alcuni prigionieri, fu di enorme importanza per il morale, incoraggiando
le popolazioni e demoralizzando l’esercito nemico: pochi filibustieri,
senza galloni o spalline, e di cui si parlava con solenne disprezzo, avevano
sbaragliato qualche migliaio dei migliori soldati del Borbone, con artiglieria,
ecc., e comandati da un generale di quelli che, come Lucullo, mangiano
a cena il prodotto di una provincia. Un corpo di borghesi, ancorché
filibustieri, animati dall’amor di patria, possono dunque vincere
anche loro, senza bisogno di tante divise dorate.
Il primo risultato importante fu la ritirata del nemico da Calatafimi,
che occupammo la mattina seguente, il 16 maggio 1860; il secondo, molto
importante, fu che le popolazioni di Partinico, Borgetto, Montelepre ed
altri paesi, attaccarono il nemico in ritirata: dovunque, poi, si formarono
squadre che si unirono a noi, e l’entusiasmo di tutti i paesi vicini
arrivò davvero all’apice. Il nemico, sbandato, non si fermò
che a Palermo, dove portò lo sgomento fra i borbonici e la fiducia
nei patrioti.
I feriti, nostri e nemici, furono trasportati a Vita e a Calatafimi. Noi
contammo delle perdite pesanti: [...] non pochi della valorosa schiera
dei Mille caddero a Calatafimi, com’erano caduti i nostri padri
di Roma, incalzando i nemici all’arma bianca e colpiti di fronte,
senza un lamento, senza un grido che non fosse "Viva l’Italia!".
Ho visto alcune battaglie anche più violente, ma in nessuna ho
visto soldati migliori dei miei borghesi filibustieri di Calatafimi.
Quella vittoria fu sicuramente decisiva per la brillante campagna del
‘60. Era davvero necessario iniziare la spedizione con uno strepitoso
fatto d’armi, che demoralizzò i nemici a tal punto che essi
stessi, con fervida immaginazione meridionale, raccontavano meraviglie
sul valore dei Mille: c’era chi aveva visto le pallottole delle
proprie carabine respinte dal petto dei soldati della libertà,
come se avessero colpito una lastra di bronzo; e la vittoria incoraggiò
i bravi siciliani, prima sgomenti per l’imponenza degli armamenti
borbonici ed il gran numero di soldati. Palermo, Milazzo, il Volturno,
videro molti più morti e feriti, ma secondo me la battaglia decisiva
fu Calatafimi: dopo uno scontro come quello i nostri sapevano di dover
vincere, e quando si inizia una guerra con quella suggestione, con quell’augurio,
si vince! [...]
[...]
SUL
CONTINENTE NAPOLETANO
Alla
fine di agosto, verso le tre di mattina di una bella giornata approdammo
sulla spiaggia di Melito: all’alba tutti gli uomini erano a terra
con armi e bagagli e se il Torino non si fosse arenato, tanto che malgrado
ogni sforzo il Franklin non riuscì a disincagliarlo, si sarebbe
potuto proseguire quel giorno stesso per Reggio. Alle tre del pomeriggio
comparvero tre vapori borbonici capitanati dal Fulminante e cominciarono
a cannoneggiare: cercarono di mettere fuori combattimento il Torino e
non essendoci riusciti lo incendiarono, mentre il Franklin era già
partito e fu salvo.
Alle tre di mattina del giorno seguente iniziammo la marcia verso Reggio,
passammo il capo dell’Armi, lungo lo stradale e durante le ore più
calde ci fermammo a riposare in un villaggio che si trovava tra quel capo
e la bella sorella di Messina, mentre la squadra nemica osservava i nostri
movimenti. Verso sera, ripresa la marcia e giunti a una certa distanza
dalla città, girammo a destra per sentieri nascosti, evitando così
gli avamposti nemici che ci attendevano lungo lo stradale. Insieme a noi
c’erano il colonnello Antonino Plutino e vari patrioti reggini,
così che avevamo delle buone guide: durante la notte facemmo varie
fermate per far riposare gli uomini e riunirli, e alle due di mattina
demmo inizio all’attacco di Reggio.
[...]
INGRESSO
A NAPOLI
L’ingresso
nella grande capitale ha più del portentoso che del reale: accompagnato
da pochi aiutanti passai, già vincitore, in mezzo alle truppe borboniche
che mi presentavano le armi, con un rispetto certamente maggiore di quello
che in quei tempi riservavano ai loro generali.
7 settembre 1860! E chi dei figli di Napoli non ricorderà quel
giorno pieno di gloria? Il 7 settembre cadeva l’aborrita dinastia
che un grande statista inglese aveva definito "Maledizione di Dio",
e dalle sue rovine sorgeva la sovranità del popolo, che un infelice
destino rende sempre poco duratura.
Il 7 settembre un figlio del popolo, accompagnato da pochi amici che chiamava
aiutanti, entrava nella superba capitale dal focoso destriero acclamato
dai cinquecentomila abitanti, che spinti da una fervida ed irresistibile
volontà paralizzavano un esercito intero, demolivano una tirannide,
esercitavano i propri sacri diritti: il loro sussulto avrebbe potuto smuovere
l’intera Italia e portarla sulla via del dovere, il loro ruggito
basterebbe a rendere mansueti i governanti arroganti e insaziabili e a
trascinarli nella polvere!
Lo spirito ed il contegno eccezionale di quel grande popolo, il 7 settembre
valsero a rendere innocuo l’esercito borbonico, ancora padrone dei
forti e dei punti nevralgici della città, da cui avrebbero potuto
distruggerla. Entravo a Napoli mentre ancora tutto l’esercito meridionale
era ben distante, verso lo stretto di Messina, ed il re di Napoli il giorno
prima aveva abbandonato il suo trono per ritirarsi a Capua: il nido monarchico,
ancora caldo, venne occupato dai liberatori del popolo ed i ricchi tappeti
della reggia furono calpestati dalla rozza calzatura del proletario.
Sono esempi, questi, che dovrebbero servire a qualcosa, anche per i governi
che falsamente si definiscono riformatori, almeno rispetto al miglioramento
della condizione umana, ma che non fanno il proprio dovere a causa dell’egoismo,
della boria e della irremovibilità delle classi privilegiate, che
non si emendano nemmeno quando il leone popolare, spinto dalla disperazione,
ruggisce alle loro porte per sbranarli con ira selvaggia ma giusta perché
figlia dell’odio seminato dalla tirannia.
A Napoli, come in tutti i paesi che si affacciano sullo stretto di Messina,
la gente fu piena di entusiasmo e di amor patrio, ed il suo fiero contegno
certo contribuì moltissimo a questi incredibili risultati. Un’altra
circostanza assai favorevole per la causa nazionale fu il tacito consenso
della marina militare borbonica, la quale, se fosse stata risolutamente
ostile, avrebbe potuto ritardare molto la nostra avanzata verso la capitale:
invece i nostri piroscafi trasportavano senza fastidi lungo tutto il litorale
napoletano l’esercito meridionale, cosa che appunto non avrebbero
potuto fare con una marina avversaria maldisposta.
A Napoli il cavourismo era più potente che a Palermo, e vi aveva
lavorato indefessamente, così incontrai non pochi ostacoli; confortato
dalla notizia che l’esercito sardo stava entrando nello Stato pontificio,
esso divenne insolente; quel partito, basato sulla corruzione, non aveva
lasciato nulla d’intentato: prima si era adoperato per fermarci
al di là dello stretto e circoscrivere la nostra azione alla sola
Sicilia, chiamando in aiuto a tal scopo il generoso padrone francese;
così comparve nello stretto un vascello della marina militare francese
e in questa occasione ci fu di immenso aiuto l’intervento di Lord
John Russel, che in nome di Albione impose al re di Francia di non interferire
nelle nostre azioni.
Quello che mi urtava maggiormente nelle manovre di questo partito era
trovarne traccia in persone che mi erano care e delle quali non avrei
mai dubitato: gli uomini incorruttibili venivano piegati con il pretesto,
ipocrita ma terribile, dello stato di necessità! La necessità
di essere codardi! La necessità di trascinarsi nel fango davanti
a un simulacro di effimera potenza, e di non sentire, di non capire la
robusta, imponente, virile volontà di un popolo che volendo essere
ad ogni costo, vuole distruggere questi simulacri insettivori e disperderli
nel letame da cui scaturirono.
Questo partito, composto da giornali prezzolati, grassi proconsoli e parassiti
d’ogni genere, sempre pronti a servire chi li paga, con ogni forma
di sottomissione e di prostituzione, e sempre pronti a tradire il padrone
se questi rischia di crollare, questo partito mi fa l’effetto dei
vermi sul cadavere: il loro numero ne segna il grado di putrefazione!
In ragione di questi vermi si può misurare direttamente la corruzione
di un popolo!
Ebbi a patire varie mortificazioni da parte di questi signori che si comportavano
da protettori, dopo le nostre vittorie, ma che ci avrebbero dato il calcio
dell’asino, così come lo diedero a Francesco II, se fossimo
stati sconfitti: mortificazioni che senza dubbio non avrei tollerato se
non si fosse trattato della santa causa dell’Italia. Ad esempio,
un giorno arrivano due battaglioni dell’esercito sardo, non richiesti,
il cui scopo effettivo era di non lasciarsi sfuggire il bottino della
ricca Napoli ma che si presentarono col pretesto di mettersi ai miei ordini
se l’avessi chiesto: io lo chiedo e mi si risponde che occorreva
il beneplacito dell’ambasciatore, e questi, consultato, risponde
che deve chiedere l’autorizzazione a Torino!… E intanto i
miei prodi compagni si battevano e vincevano sul Volturno, non solo senza
l’aiuto di un solo soldato dell’esercito regolare, ma privi
dei contingenti che la generosa gioventù di tutta Italia voleva
inviarci e che Cavour o Farini trattenevano o imprigionavano.
I pochi giorni trascorsi a Napoli, dopo la cordiale accoglienza da parte
di quel popolo generoso, furono piuttosto nauseanti, in particolare per
le manovre e le beghe dei lacchè delle monarchie, che in sostanza
non sono altro che sacerdoti del ventre: individui immorali e ridicoli
che usarono i più ignobili espedienti per rovesciare quel povero
diavolo di Franceschiello, colpevole solo di essere nato sui marciapiedi
di un trono, sostituendolo nel modo che tutti sanno.
Tutti conoscono le trame di un tentativo d’insurrezione che doveva
attuarsi prima dell’arrivo dei Mille per togliere loro il merito
di aver cacciato i Borbone e poi vantarsene di fronte all’Italia,
con poca fatica e poco merito: ciò avrebbe potuto succedere benissimo
se coi suoi grassi stipendi la monarchia sapesse infondere ai suoi agenti
un po’ più di coraggio e meno amore per la propria pelle.
I sostenitori dei Savoia non ebbero il coraggio di fare una rivoluzione,
e poi era tanto facile costruire sulle fondamenta altrui, sono proprio
maestri in questo tipo di appropriazioni; ma di coraggio ne ebbero, e
molto, per ordire intrighi, tramare, sovvertire l’ordine pubblico,
e mentre non avevano contribuito per nulla alla gloriosa spedizione, ora
che restava poco da fare ed il compito era diventato facile si vantavano
di essere nostri protettori ed alleati: facevano sbarcare truppe dell’esercito
sardo a Napoli (per assicurarsi il bottino, s’intende) e arrivarono
al punto da inviarci due compagnie il giorno dopo la battaglia del Volturno,
il 20 ottobre. Sempre il calcio dell’asino!
Si trattava di rovesciare una monarchia per sostituirla senza la volontà
o la capacità di far meglio per quella povera gente ed era proprio
bello vedere quei profittatori di tutti i dispotismi usare ogni specie
di influenza malefica, corrompendo l’esercito, la marina, la corte,
i ministeri, servendosi di ogni più subdolo mezzo per ottenere
quello scopo indecente. Sì, era bello il barcamenarsi di tutti
questi individui che trattavano amichevolmente il re di Napoli consigliandolo,
cercando di convincerlo ad avviare trattative fraterne e circondandolo
di insidie e di tradimenti. E se non avessero temuto per la loro brutta
pelle costoro avrebbero potuto presentarsi all’Italia come liberatori.
Che bello se potevano far restare con un palmo di naso i Mille e tutta
la democrazia italiana! Ma sì, sono i bocconi già pronti
che piacciono a questi liberatori dall’aspetto di cortigiani.
Anche a Palermo, com’era naturale, i cavouriani tramavano e insinuavano
la diffidenza nei confronti dei Mille spingendo verso un’annessione
intempestiva: mi costrinsero a lasciare l’esercito sul Volturno
alla vigilia di una battaglia per recarmi a Palermo a placare quella brava
gente sobillata da loro: assenza che costò all’esercito meridionale
la sconfitta di Caiazzo, l’unica di tutta quella gloriosa campagna.
[...]
BATTAGLIA
DEL VOLTURNO
L’alba
del primo ottobre illuminava nelle pianure della vecchia capitale della
Campania una mischia atroce, una battaglia fratricida!
Dalla parte dei borbonici, è vero, vi erano numerosi mercenari:
bavaresi, svizzeri ed altri, che da vari secoli sono abituati a considerare
questa nostra Italia come un luogo di villeggiatura o un bordello; e questa
gentaglia, sotto la guida e la benedizione del prete, di preferenza ha
sempre sgozzato gli italiani, educati dal clero a piegare le ginocchia.
Ma purtroppo la maggior parte dei combattenti alle falde del Tifate erano
figli di questa terra infelice, spinti a macellarsi reciprocamente, gli
uni guidati da un giovane re, figlio del delitto, gli altri difendendo
la sacra causa del proprio paese: da Annibale, vincitore delle superbe
legioni, ai giorni nostri, le terre campane certamente non avevano visto
un conflitto più aspro, ed il contadino, passando l’aratro
su quelle fertili zolle, per molto tempo ancora urterà nei teschi
seminati dalla rabbia umana.
Visitando ogni giorno la posizione dominante di S. Angelo, da dove si
poteva osservare ottimamente il campo nemico, ad est di Capua e sulla
riva destra del Volturno, pensai che i borbonici stessero preparandosi
alla battaglia: si disponevano a passare all’offensiva, avendo aumentato
il più possibile il proprio numero e imbaldanziti per i pochi parziali
vantaggi ottenuti su di noi.
Da parte nostra si prepararono alcune opere di difesa che servirono molto
a Maddaloni, S. Angelo e soprattutto a S. Maria, che ne aveva particolare
bisogno essendo in pianura e quindi la più esposta, priva com’era
di ripari naturali. Ma la nostra linea di battaglia era difettosa, era
troppo estesa. [...] E tutto questo mi preoccupava in previsione dell’imminente
scontro con un esercito più numeroso e meglio equipaggiato.
Circa alle tre del mattino del 1° ottobre, salivo in treno verso Caserta,
dove tenevo il mio quartier generale, e arrivai a S. Maria prima dell’alba:
salivo in carrozza per recarmi a S. Angelo quando si udì una fucilata
alla nostra sinistra. Il generale Milbitz, che comandava le forze locali,
mi disse che eravamo attaccati verso Sanammaro e che sarebbe andato a
vedere quello che c’era di nuovo, ed io ordinai di far muovere la
carrozza a tutta velocità.
Il rumore degli spari aumentava e poco a poco si diffuse su tutto il fronte,
fino a S. Angelo: alle prime luci arrivai sulla strada, a sinistra delle
nostre forze di S. Angelo che erano già impegnate in combattimento,
ed arrivando fui accolto da una grandine di palle nemiche. Il mio cocchiere
venne ucciso, la carrozza fu crivellata di proiettili, ed io e i miei
aiutanti fummo costretti a scendere e a sguainare le sciabole per aprirci
la strada; mi trovai in mezzo ai genovesi di Mosto ed ai lombardi di Simonetta,
e quindi non fu necessario difenderci da soli: quei bravi soldati, vedendoci
in pericolo, caricarono i borbonici con tanto impeto che li respinsero
parecchio lontano, facilitandoci molto la marcia verso S. Angelo. L’infiltrazione
del nemico nelle nostre linee, e alle spalle, operazione eseguita bene,
con molta sagacia, e naturalmente di notte, dimostrava che era molto pratico
dei luoghi.
Tra le strade che dal Tifate e dal monte S. Angelo portano verso Capua,
ve ne sono alcune incassate anche per molti metri nel terreno appoggiato
al tufo vulcanico: forse un tempo vennero usate come comunicazioni tattiche
di un campo di battaglia, e le acque piovane provenienti dalle alture
circostanti hanno senza dubbio contribuito a scavarne maggiormente il
fondo. Fatto sta che in una di quelle strade potevano passare forze considerevoli,
anche di tutte e tre le armi, e assolutamente al coperto: i generali borbonici,
nel loro accuratissimo piano di battaglia, avevano accortamente approfittato
di quelle strade per far passare alcuni battaglioni dietro le nostre linee
e collocarsi nelle notte sui formidabili pendii del Tifate.
Disimpegnatomi dalla mischia in cui mi ero trovato per un momento, coi
miei aiutanti m’incamminai verso S. Angelo, credendo che il nemico
fosse solo alla nostra sinistra, ma procedendo verso le alture mi accorsi
ben presto che il nemico se n’era impadronito, e alle nostre spalle:
erano certamente i battaglioni borbonici che durante la notte, per le
strade che ho già descritto, avevano tagliato la nostra linea e
si erano portati alle nostre spalle; senza perdere tempo raccolsi tutti
i soldati che mi capitarono sotto mano e salendo sui sentieri di montagna
cercai di aggirare i nemici, più in alto di loro. Contemporaneamente
inviai una compagnia milanese ad occupare la cima del Tifate, S. Nicola,
che domina tutte le colline di S. Angelo: questo reparto e due compagnie
della brigata Sacchi che avevo richiesto fermarono il nemico, che si disperse
e ci lasciò molti prigionieri: potei allora salire sul monte S.
Angelo, da dove vidi infuriare la battaglia su tutta la linea da S. Maria
a S. Angelo, ora a noi favorevole e ora con i nostri che ripiegavano sotto
la spinta delle masse nemiche.
Da quella posizione potevo controllare perfettamente il campo nemico e
da vari giorni molti indizi facevano pensare ad un attacco imminente:
quindi non mi ero fatto ingannare dalle varie manovre effettuate sulla
destra e sulla sinistra, che avevano come unico scopo quello di far allontanare
reparti dal nostro centro, dove il nemico pensava di concentrare i suoi
sforzi maggiori. Meno male, perché quel primo ottobre i borbonici
impegnarono contro di noi tutta le forze che avevano ancora disponibili
sul campo e nelle fortezze: per fortuna ci attaccarono simultaneamente
su tutta l’estensione delle nostre linee, e si combatteva ovunque,
da Maddaloni a S. Maria.
A Maddaloni, dopo fasi alterne, il generale Bixio aveva respinto vittoriosamente
il nemico, e lo stesso accadde a S. Maria per opera del generale Milbitz
, che rimase ferito: in entrambi gli scontri facemmo prigionieri e conquistammo
dei cannoni; stessa cosa a S. Angelo, dopo uno scontro di più di
sei ore, ma lì le forze nemiche erano così numerose che
rimasero con una forte colonna che controllava le comunicazioni fra quel
punto e S. Maria, e così, per raggiungere le riserve che avevo
chiesto al generale Sirtori, e che per ferrovia dovevano arrivare a S.
Maria da Caserta, fui costretto a fare un giro ad est dello stradale ed
arrivai a S. Maria solo dopo le due del pomeriggio.
Le riserve arrivavano in quel momento e le feci schierare in colonna d’attacco
sullo stradale che porta a S. Angelo: la brigata Milano in testa, sostenuta
dalla brigata Eber, con una parte della brigata Assanti come riserva;
spinsi all’attacco anche i prodi calabresi di Pace, che trovai in
mezzo alle piante, sulla mia destra, e che pure combatterono splendidamente.
Verso le tre del pomeriggio, appena uscita dalla macchia la testa della
colonna fu scoperta dal nemico, che iniziò a scagliarci delle granate,
provocando un po’ di confusione fra i nostri: ma solo per un attimo,
perché i giovani bersaglieri milanesi, che avanzavano a passo di
carica, si precipitarono sul nemico; queste linee furono subito seguite
da un battaglione della stessa brigata che attaccò coraggiosamente
senza tirare un colpo, come gli era stato ordinato.
Lo stradale che da S. Maria va a S. Angelo è a destra di quello
che va da S. Maria a Capua, e forma con questo un angolo di circa quaranta
gradi, così che la nostra colonna doveva avanzare esposta al fuoco
del nemico, nascosto in gran numero dietro a dei ripari naturali; mentre
i milanesi ed i calabresi erano impegnati in questa operazione, mandai
all’attacco la brigata Eber, ed era uno spettacolo straordinario
vedere i veterani dell’Ungheria ed i loro compagni dei Mille avanzare
sotto il fuoco con la tranquillità, il sangue freddo e l’ordine
con cui si passeggia in un campo di manovre; la brigata Assanti proseguì
l’avanzata frontale e non passò molto tempo che il nemico
cominciò a ritirarsi: a questo attacco quasi simultaneamente si
accompagnarono sulla destra quello delle divisioni Medici ed Avezzana
e sulla sinistra quello della divisione Tòrr sullo stradale per
Capua.
Dopo aver combattuto ostinatamente, il nemico fu sbaragliato su tutta
la linea e verso le cinque pomeridiane si ritirò in disordine dentro
Capua, protetto dall’artiglieria della piazza; circa alla stessa
ora il generale Bixio mi annunciava la sua vittoria sull’ala destra
dei borbonici, per cui potei telegrafare a Napoli: "Vittoria su tutta
la linea."
Al Volturno il 1° ottobre ci fu una vera battaglia campale. [...]